Ruolo del preparatore fisico nella programmazione dell'allenamento e nella prevenzione degli errori

Il preparatore fisico non serve a far correre di più: serve a far sbagliare di meno

Il ruolo del preparatore fisico viene spesso associato alla quantità di lavoro svolto dagli atleti.

In realtà, il ruolo del preparatore fisico moderno va…

…ben oltre il semplice allenamento: consiste nel prendere decisioni corrette per migliorare rendimento, disponibilità e continuità della prestazione. Si tratta di una differenza sostanziale che ancora oggi viene spesso sottovalutata.

Molti continuano a valutare il lavoro di un preparatore fisico in base alla fatica prodotta durante gli allenamenti, ai chilometri percorsi o all’intensità delle sedute. Ma il vero valore professionale non risiede nella capacità di far lavorare di più gli atleti.

Risiede nella capacità di farli allenare meglio.

Il ruolo del preparatore fisico oltre gli allenamenti

Per anni la figura del preparatore è stata associata all’idea di colui che “fa correre” la squadra.

Una visione che appartiene a un’altra epoca.

Oggi il ruolo del preparatore fisico è molto più ampio e complesso. Significa programmare, osservare, valutare, adattare e prendere decisioni continue sulla base delle esigenze individuali e collettive.

Ogni atleta risponde in modo diverso agli stimoli allenanti.

Ogni stagione presenta problematiche differenti.

Ogni squadra vive momenti particolari che richiedono aggiustamenti costanti.

In questo contesto, la qualità delle decisioni diventa più importante della quantità del lavoro.

Il preparatore fisico moderno è chiamato a osservare, programmare e prendere decisioni, non soltanto a proporre esercitazioni.

Far stancare è semplice, allenare è un’altra cosa

Far terminare un allenamento con gli atleti esausti non è particolarmente difficile.

Molto più difficile è individuare il carico corretto, il momento giusto per aumentarlo e quello in cui, invece, è necessario ridurlo.

La preparazione fisica moderna non ricerca la fatica fine a sé stessa.

Ricerca l’adattamento.

L’obiettivo non è dimostrare quanto si è lavorato, ma ottenere miglioramenti reali senza compromettere la disponibilità degli atleti e la qualità della prestazione.

In altre parole, non vince chi allena di più.

Vince chi allena meglio.

Il ruolo del preparatore fisico nella prevenzione degli errori

Le stagioni sportive raramente vengono condizionate da un singolo allenamento sbagliato.

Molto più spesso vengono influenzate dall’accumulo di piccoli errori.

Un recupero insufficiente.

Un atleta che rientra troppo presto dopo un infortunio.

Una gestione inadeguata dei carichi.

Una lettura errata dello stato di forma.

Una programmazione che non tiene conto delle esigenze tecniche e tattiche della squadra.

Sono questi gli aspetti che, nel lungo periodo, possono fare la differenza tra una stagione positiva e una deludente.

Dati, tecnologia ed esperienza

Negli ultimi anni la tecnologia ha fornito strumenti sempre più sofisticati per monitorare il lavoro degli atleti.

GPS, accelerometri, sistemi di tracking, test e piattaforme di raccolta dati rappresentano oggi un importante supporto per chi opera nel settore.

Ma è importante ricordare una cosa.

I dati aiutano a prendere decisioni.

Non prendono decisioni.

L’esperienza, la capacità di leggere il contesto, comprendere gli atleti e collaborare con lo staff tecnico continuano a rappresentare competenze fondamentali.

La scienza fornisce strumenti.

La competenza permette di utilizzarli nel modo corretto.

I dati supportano le decisioni, ma non sostituiscono l’esperienza e la capacità di interpretare il contesto.

Quando il lavoro migliore passa inosservato

Esiste un paradosso nella preparazione fisica.

Quando il lavoro è svolto bene, spesso nessuno lo nota.

Gli atleti si allenano con continuità.

Gli infortuni diminuiscono.

La squadra mantiene livelli prestativi elevati.

Le prestazioni restano stabili durante la stagione.

Tutto sembra normale.

Eppure dietro questa apparente normalità si nasconde un lavoro quotidiano fatto di osservazione, programmazione, confronto e decisioni ponderate.

Quando una squadra mantiene continuità di rendimento durante la stagione, dietro le prestazioni c’è spesso un lavoro invisibile di programmazione e gestione.

Conclusioni

Comprendere il vero ruolo del preparatore fisico significa capire che la qualità del suo lavoro non si misura dai chilometri percorsi o dalla fatica accumulata dagli atleti.

Si misura nella capacità di prendere decisioni corrette, prevenire errori e creare le condizioni affinché ogni atleta possa esprimere il proprio potenziale nel momento opportuno.

In definitiva, il ruolo del preparatore fisico non si limita a programmare allenamenti, ma consiste nel guidare un processo complesso in cui ogni scelta può influenzare la prestazione individuale e il rendimento della squadra.

Perché, alla fine, il preparatore fisico non serve a far correre di più.

di Tiziano Megaro

Competenze del preparatore fisico durante una seduta di allenamento

La differenza non la fanno gli esercizi: la fanno le competenze

Il mondo della preparazione fisica è cambiato

Le competenze del preparatore fisico rappresentano oggi il vero elemento distintivo tra chi si limita a proporre esercizi e chi è realmente in grado di migliorare la prestazione, la salute e il benessere delle persone.

Il settore della preparazione fisica, dell’allenamento e dell’educazione motoria sta vivendo…

…una trasformazione profonda.

Oggi abbiamo accesso a una quantità enorme di informazioni. Bastano pochi secondi sui social network o sul web per trovare esercizi, metodologie, schede di allenamento e video dimostrativi di qualsiasi disciplina.

Questo rappresenta certamente un’opportunità.

Ma pone anche una domanda importante:

La risposta non si trova nell’esercizio.

La risposta si trova nelle competenze.

Formazione e aggiornamento continuo

Ogni professionista del settore dovrebbe possedere solide basi scientifiche.

La laurea, i corsi di formazione, i master e le certificazioni rappresentano strumenti fondamentali per costruire il proprio bagaglio culturale.

Le competenze del preparatore fisico non si costruiscono soltanto attraverso corsi e certificazioni, ma richiedono studio continuo e aggiornamento..

Le scienze dell’esercizio fisico evolvono continuamente.

Nuove ricerche, nuove evidenze scientifiche e nuove metodologie impongono un aggiornamento costante.

Studiare non dovrebbe essere un obbligo.

Dovrebbe essere una necessità professionale.

Chi smette di studiare inizia lentamente a perdere la capacità di comprendere i cambiamenti e di interpretare correttamente i bisogni delle persone che allena.

La fame di migliorarsi

Esiste però una qualità che nessun corso può insegnare.

La fame.

La voglia di conoscere.

La curiosità di capire il perché delle cose.

I migliori professionisti che ho incontrato nella mia carriera non erano necessariamente quelli con il curriculum più lungo.

Erano quelli che continuavano a fare domande.

Che osservavano.

Che studiavano.

Che cercavano continuamente di migliorare il proprio metodo di lavoro.

La differenza la fa la capacità di trasformare la conoscenza teorica in esperienza pratica.

Quello che ho imparato in oltre trent’anni di professione

In oltre trent’anni trascorsi tra scuola, preparazione fisica e sport di alto livello, ho avuto la fortuna di lavorare con atleti di età, categorie e discipline differenti.

Ho vissuto l’evoluzione della preparazione fisica passando da un’epoca in cui molte scelte erano affidate prevalentemente all’esperienza pratica ad una realtà in cui le evidenze scientifiche supportano sempre più le decisioni metodologiche.

Se c’è una lezione che ho imparato in questi anni è che nessun corso, nessun libro e nessuna esperienza isolata può considerarsi definitiva.

Ogni stagione mi ha insegnato qualcosa di nuovo.

Ogni atleta mi ha posto domande diverse.

Ogni gruppo ha richiesto soluzioni differenti.

Per questo continuo ancora oggi a studiare, confrontarmi e aggiornarmi.

Non perché sia obbligatorio, ma perché considero la formazione continua una responsabilità professionale verso le persone che mi affidano il proprio percorso di crescita.

l fascino degli esercizi spettacolari

Negli ultimi anni si è assistito a una crescente ricerca dell’esercizio scenografico.

Video spettacolari.

Attrezzi particolari.

Proposte che attirano l’attenzione e generano visualizzazioni.

Spesso però si rischia di confondere ciò che è appariscente con ciò che è realmente efficace.

Un esercizio non dovrebbe essere scelto perché è bello da vedere.

Dovrebbe essere scelto perché è utile.

Perché risponde a un preciso obiettivo.

Perché rispetta le caratteristiche dell’atleta o della persona che abbiamo di fronte.

Perché è inserito all’interno di una programmazione coerente.

Quando viene meno questa logica, il rischio di commettere errori aumenta notevolmente.

Copiare non significa saper allenare

Internet è una risorsa straordinaria.

Ogni giorno vengono condivisi migliaia di esercizi.

Ma salvare un video o riproporre un esercizio visto online non significa essere preparatori competenti.

La vera domanda non è:

La vera domanda è:

La preparazione fisica non è una raccolta di esercizi.

È un processo.

Un sistema organizzato.

Un percorso che richiede competenze metodologiche, fisiologiche, biomeccaniche e pedagogiche.

Un professionista deve sapere:

  • quando utilizzare un esercizio;
  • con quale intensità;
  • con quale volume;
  • con quale frequenza;
  • in quale fase della stagione;
  • con quale atleta;
  • per quale obiettivo.

Senza queste conoscenze anche il miglior esercizio può diventare inutile o addirittura dannoso.

Dietro ogni esercizio c’è una scelta

Molti giovani professionisti mi chiedono spesso quali siano gli esercizi migliori per sviluppare la forza, la velocità o la prevenzione degli infortuni.

La mia risposta è quasi sempre la stessa:

“Dipende.”

Può sembrare una risposta evasiva, ma in realtà è la più corretta.

Lo stesso esercizio può essere straordinariamente efficace per un atleta e completamente inadatto per un altro.

Può essere corretto in un determinato periodo della stagione e controproducente in un altro.

Può rappresentare una progressione oppure una regressione a seconda del livello dell’atleta.

Questo è il motivo per cui la preparazione fisica non può ridursi ad una raccolta di esercizi presi dal web o dai social network.

Ciò che conta non è l’esercizio in sé, ma il ragionamento che ne giustifica l’utilizzo.

La capacità di programmare

Una delle principali competenze del preparatore fisico è la capacità di programmare il lavoro nel breve, medio e lungo periodo..

Programmare significa avere una visione.

Significa collegare il lavoro quotidiano agli obiettivi settimanali, mensili e stagionali.

Ogni seduta dovrebbe rappresentare un tassello di un progetto più ampio.

Non si tratta semplicemente di riempire un’ora di allenamento.

Si tratta di costruire adattamenti.

Si tratta di guidare un percorso.

Questo vale per l’atleta professionista, per il giovane in formazione e per il semplice praticante che desidera migliorare il proprio stato di salute.

Personalizzare è il vero valore aggiunto

Non esistono programmi universali.

Non esistono esercizi miracolosi.

Esistono persone diverse.

Esistono atleti diversi.

Esistono esigenze diverse.

Le competenze del preparatore fisico emergono soprattutto nella capacità di adattare l’allenamento alle caratteristiche individuali.

La personalizzazione rappresenta probabilmente la più alta forma di competenza professionale.

È ciò che distingue chi applica protocolli standardizzati da chi costruisce percorsi realmente efficaci.

Dalla scuola allo sport professionistico

Nel corso della mia carriera ho avuto la possibilità di lavorare sia nel mondo della scuola sia nello sport professionistico.

Sono realtà apparentemente molto diverse, ma accomunate da un principio fondamentale:

le persone vengono prima dei programmi.

Uno studente di scuola secondaria, un atleta dilettante e un professionista di alto livello hanno bisogni differenti, ma necessitano tutti della stessa attenzione metodologica.

Ascoltare, osservare, valutare e personalizzare.

Le migliori programmazioni non nascono davanti a un computer.

Nascono dalla capacità di comprendere chi abbiamo di fronte.

Ai giovani professionisti del settore

Vorrei rivolgere una riflessione soprattutto a chi sta iniziando questo percorso professionale.

Non abbiate fretta.

Non rincorrete esclusivamente il guadagno immediato.

Non cercate scorciatoie.

Investite sullo studio.

Investite sulla vostra formazione.

Investite sulla vostra credibilità.

Imparate ad amare questo lavoro prima ancora di considerarlo una fonte di reddito.

Le competenze richiedono anni per essere costruite.

L’autorevolezza si conquista nel tempo.

I risultati economici rappresentano spesso la conseguenza naturale di un lavoro svolto con competenza, passione e professionalità.

Una riflessione finale

Viviamo in un’epoca in cui è possibile apparire competenti molto più facilmente di quanto sia possibile diventarlo realmente.

I social network mostrano il risultato finale.

Lo studio, i dubbi, gli errori, le riflessioni e gli anni di esperienza restano invece dietro le quinte.

Ma sono proprio questi elementi a costruire un professionista credibile.

Ai giovani educatori, istruttori e preparatori fisici vorrei lasciare un messaggio semplice.

Non abbiate fretta di insegnare.

Abbiate prima la pazienza di imparare.

Non cercate di impressionare.

Cercate di comprendere.

Non rincorrete continuamente l’esercizio più spettacolare.

Cercate il metodo più efficace.

Perché gli esercizi passano.

Le mode cambiano.

Le competenze del preparatore fisico non possono essere copiate o improvvisate, ma devono essere costruite nel tempo.

di Tiziano Megaro

Smettere di allenarsi

Cosa succede quando smetti di allenarti?

Se ti alleni tutto l’anno, può capitare che un giorno salti una sessione di allenamento, ma se salti 2-3 settimane di seguito cosa succede?

Se smetti di allenarti per più di una settimana, inizierai a sperimentare gli effetti del “Detraining”, un fenomeno nel quale si perdono i benefici dell’allenamento e di conseguenza la…

…sospensione prolungata degli allenamenti riduce il livello della tua preparazione fisica.

La perdita della “forma fisica” dipende da molteplici fattori:

  •   il livello di allenamento
    • Più sei allenato, più tempo impiegherai per andare “fuori forma”. 
I cambiamenti

Quando smetti di allenarti avvengono in te molti cambiamenti fisiologici e inizi a perdere:

  • i progressi cardio-vascolari che avevi ottenuto (ad esempio il cuore inizia a perdere la sua capacità di gestire volumi aumentati di sangue e l’abilità a pompare sangue più efficientemente);
  • l’abilità del corpo di utilizzare i carboidrati come “carburante” e la migliorata capacità muscolare di utilizzare l’ossigeno
    • cioè cala il volume massimo di ossigeno consumato in un minuto (V02 max);
  • i miglioramenti acquisiti sulla pressione del sangue, sui livelli di colesterolo e di glicemia e se facevi allenamenti di forza, il tuo volume muscolare, la tua forza e la resistenza si ridimensioneranno;
  • in 2-4 settimane la maggior parte delle capacità aerobiche guadagnate in 2-3 mesi di allenamento;
  • la forza, la potenza e la resistenza muscolare e sebbene la forza possa essere mantenuta fino alle 3-4 settimane di inattività, la potenza e la resistenza potrebbero ridursi significativamente.
Gestisci meglio il Detraining

Il “Detraining” ha effetti negativi sulla composizione corporea ed è associato all’aumento di peso e alla diminuzione del metabolismo basale.

Diversi fattori possono contribuire all’aumento del grasso corporeo quando smetti di allenarti.

Quando perdi massa muscolare il tuo fabbisogno calorico diminuisce in contemporaneoa anche il metabolismo basale perché i tuoi muscoli riducono la capacità di bruciare calorie.

Inoltre, non stai più bruciando la stessa quantità di calorie perché ti stai allenando di meno,

quindi se non adatti il tuo piano alimentare le calorie in più che introduci saranno immagazzinate nel corpo come grassi e di conseguenza aumenterai di peso.

E dopo?

E’ difficile prevedere quanto tempo ci vorrà per ritornare al tuo livello di forma fisica precedente e una cosa che giocherà sicuramente in tuo favore è la tua “memoria muscolare”.

I tuoi muscoli hanno delle cellule speciali che “ricordano” i movimenti che facevi durante l’allenamento, quindi quando tornerai ad allenarti dopo un lungo periodo di stop, riacquisterai la tua forma fisica più velocemente.

Però ti consiglio di:

  • ricominciare ad allenarti in maniera “soft” per evitare infortuni;
  • aspettare 3-4 settimane prima di arrivare a seguire i tuoi allenamenti abituali;
  • avere pazienza e perseveranza e credere che ritornerai più forte di prima.

Resilienza!

di Maurizio Mondoni

Il basket dei 24 secondi

Il basket dei 24 secondi

Parlando della pallacanestro di area FIBA si possano individuare alcuni turning points, ovvero alcuni cambiamenti regolamentari che hanno notevolmente cambiato il GIOCO.

La conseguenza è che ne sono state modificati gli approcci tecnici e tattici delle varie squadre e giocatori, nonché le strategie nella costruzione delle squadre.

Vediamo…

…quali sono, a mio avviso, quelli più determinanti.

Le modifiche nel tempo
  • 1984 introduzione del tiro da 3 punti;
  • 2004 il passaggio per i campionati FIBA dalla regola dei 30 secondi a quella dei 24 secondi.
    • Infatti, mentre in NBA, dopo un primo periodo in cui non vi erano limiti di tempo per concludere un’azione di attacco, nella stagione 1954/55 si decise immediatamente per i 24 secondi.
      • Nei paesi Europei, ma più in generale in quelli di area FIBA, ci fu prima il limite dei 30 secondi per poi adeguarsi alla regola NBA;
  • 2010 arretramento linea dei tre punti alla distanza di 6,75 mt e modifica delle dimensioni dell’area dei 3 secondi;
  • 2014 reset del cronometro a 14 secondi dopo un rimbalzo offensivo;
  • 2018 l’introduzione del concetto “passo zero”
    • ovvero la possibilità di compiere, in determinate circostanze, un passo senza mettere la palla a terra che non rientri nel conto per il fischio della violazione di passi.

Tralasciando per ora, ne parleremo magari nei prossimi articoli, i significativi effetti degli altri cambiamenti regolamentari (alla lista precedente aggiungerei anche l’introduzione dello “SMILE”).

Le conseguenze del cambiamento del limite di tempo

In queste righe vorrei sottolineare come il cambiamento del limite di tempo per l’azione offensiva abbia influenzato a tal punto la pallacanestro “moderna” da pensare ad un vero e proprio spartiacque!

Le conseguenze sono state diverse e di grande impatto.

Esse hanno riguardato per esempio:

  • la preparazione fisica;
  • la ricerca di giocatori con “nuove” caratteristiche fisiche e tecniche;
  • giochi di attacco più rapidi e più efficaci nei primissimi secondi;
  • difese più aggressive e con un grado di concentrazione più elevato e pronte da subito;
  • la costruzione dei roster delle squadre, in particolare l’utilizzo e l’importanza delle panchine (il cosiddetto SUPPORTING CAST).
Osservazioni personali

Parto proprio da quest’ultimo aspetto per condividere con voi alcune mie riflessioni.

La mia passione per questo sport è nata ben prima del 2004, quando le squadre erano composte da un quintetto base ben definito ed una panchina in cui era facile identificare il sesto uomo.

Quest’ultimo poteva tranquillamente far parte dello starting five, ma uscendo dal “pino” aveva un impatto sulla partita ancora maggiore tale da cambiarla.

Starting five
Foto di cottonbro

Il resto dei panchinari (il roster era di 10 giocatori) era soprattuto giocatori di ruolo (Role Player) con compiti ben specifici, spesso con mansioni chiaramente difensive, con l’obiettivo di far rifiatare il titolare e di supporto anche morale per i primi cinque.

In seguito l’evoluzione della pallacanestro ha influenzato la costruzione del roster.

Con la riduzione di ben 6 secondi per concludere un attacco, si è visto notevolmente velocizzare il gioco con una diminuzione dei tempi di esecuzione sia fisici che mentali, tale da richiedere sforzi più intensi con conseguenti riposi brevi ma più frequenti.

Ecco la necessità di avere 12 giocatori, ma soprattutto aumentare le cosiddette rotazioni e avere un maggior apporto dai giocatori definiti rincalzi.

Nasce anche una vera e propria nuova definizione, quella di “SECOND UNIT”, cioè quintetti che iniziano la partita subentrando, ma che hanno la possibilità di giocare diversi minuti e quindi essere determinanti.

Ovviamente parte tutto da un concetto di tempo ridotto, ma non è solo una questione fisica:

non invadendo competenze altrui, non credo di essere smentito dicendo che i lavori di endurance in pres-season sono stati sempre di più sostituiti da lavori più intensi e anaerobici e da una maggiore attenzione allo sviluppo della resistenza veloce.

Infatti essendo uno sport di situazioni, l’aspetto tecnico ha risentito in maniera importante di questo cambiamento.

Analizziamo più nel dettaglio alcuni effetti

COSTRUZIONE GIOCATORI

In giro per i campi europei, a tutti i livelli, si vedono sempre più dei veri atleti.

Giocatori che potrebbero competere in qualsiasi disciplina di atletica leggera per le loro capacità anche purtroppo a scapito di una tecnica e una conoscenza dei fondamentali non precisa.

Questo è il vero obiettivo dei nostri settori giovanili, ovvero formare giocatori che sappiano abbinare a doti fisiche e atletiche di primo livello una tecnica altrettanto eccellente.

Come?

Prima insegnando in maniera precisa il gesto, aumentando solo in seguito la velocità di esecuzione e di pensiero!

Sì di pensiero, perché il tempo per leggere la situazione e prendere una decisione si è notevolmente accorciato!

Facciamo solo un esempio pratico: Il tiro.

E’ fondamentale avere una tecnica che ci permetta di avere un rilascio della palla efficace ed efficiente, con la palla che esce dalle mani con la giusta rotazione e parabola, con la corretta coordinazione piedi, gambe, braccia e mani.

Ciò è possibile con ripetizioni e una metodologia di allenamento che gli allenatori ben conoscono.

E’ necessario, però, che, una volta acquisita la tecnica, essa venga eseguita in tempi rapidissimi.

  • Quanto tempo ha il giocatore per eseguire un tiro prima di essere ostacolato?
  • E quanto per mettere i piedi “a posto”?
  • Quanti tiri sono effettivamente liberi o senza la pressione del difensore?
  • Quanto tempo ha per decidere il tipo di tiro da effettuare in relazione alla situazione di gioco?

Pochissimo, sicuramente molto meno di quanto ne aveva con i 30 secondi a disposizione per concludere l’azione d’attacco.

Sicuramente ha meno libertà di movimento dovendo affrontare difese più atletiche che riempiono gli spazi molto più velocemente. (Basti pensare ai “CLOSE OUT”).

GIOCHI OFFENSIVI

Prima della variazione regolamentare era norma sviluppare giochi d’attacco nei cui primi secondi c’era soprattutto un movimento di palla non sempre accompagnato da quello dei giocatori, o comunque non tale da creare un vantaggio immediato da poter sfruttare andando a canestro o concludendo.

Il vero pericolo per le difese infatti arrivava negli ultimi secondi dell’azione

“la difesa deve lavorare il più tempo possibile”

Con i 24 secondi c’è stato uno sviluppo di set offensivi che dai primissimi istanti dell’azione permettono di mettere sotto pressione la difesa (concretizzare i vantaggi).

Alcuni consentono di raggiungere una conclusione dopo un solo passaggio e un movimento di un solo giocatore (si vedono sempre più isolamenti), altri hanno obiettivi chiari ed immediati che coinvolgono non tutti gli attaccanti (pensiamo a come nascono diversi pick&roll centrali).

Così come, (per necessità o per “pigrizia” di noi allenatori?), non è inusuale avere diverse chiamate dello stesso gioco a secondo del giocatore che vogliamo coinvolgere limitando, così, al minimo il tempo di esecuzione, ma anche la capacità di scelta dei nostri atleti.

Scelte che potrebbero rallentare l’esecuzione del gioco, con la conseguenza in questo caso, personale considerazione, di un impoverimento della qualità dell’attacco e del giocatore stesso.

Lo SWITCH tra le due fasi del gioco

Con un attacco pericoloso già nei primi secondi, con una ricerca sempre maggiore di attaccare in contropiede, attraverso anche transizioni offensive sempre più efficaci, è fondamentale avere giocatori in grado di passare da una fase all’altra immediatamente.

Da qui l’attenzione per le transizioni difensive e per costruire una mentalità difensiva che non sia passiva, ma anzi permetta di aggredire l’attacco nei primissimi metri del campo (con difese tutto campo, raddoppi, blitz sulla palla…)

In particolare le qualità atletiche di ormai tutti i giocatori, indipendentemente dai ruoli, e i meno secondi a disposizione dell’attacco, permettono di utilizzare cambi difensivi anche tra diversi ruoli.

Molto efficaci per spezzare il flusso in attacco e costringerlo a soluzioni rapide e meno efficaci, condizionato anche dalla SHOT CLOCK VIOLATION.

cambio difensivo
Le cosiddette SPECIAL PLAYS

Per le scelte difensive dette in precedenze, ma anche per gli ulteriori cambiamenti regolamentari (pensiamo il reset ai 14 secondi), non possono mancare nel playbook delle varie squadre quelle situazioni a gioco rotto o quelle rimesse, sia laterali che da fondo, per la ricerca di una conclusione veloce.

Ciò ha permesso una notevole specializzazione per queste chiamate “speciali”.

Conslusione

Il basket per sua natura e per come è stato ideato, è sempre incline ai cambiamenti, avvicinandosi a quelle che sono le richieste di modernità.

Si può tranquillamente affermare che sia uno sport “progressista”.

Così come lo devono essere tutti i suoi attori protagonisti, pronti ad adeguare la propria metodologia di lavoro, come abbiamo visto, sia dal punto di vista atletico che tecnico (non tralasciando il lavoro degli arbitri, a cui è richiesto di adattarsi ad un gioco più veloce e con più contatti).

In particolare con l’introduzione dei 24 secondi, il gioco ne ha sicuramente guadagnato in spettacolarità.

basket prima
da Ufficio Stampa FIP prima partita in Italia di pallacanestro (8 giugno 1919)

Sicuramente risulta essere più moderno e fruibile per un pubblico sempre più alla ricerca della giocata spettacolare e poco amante dei tempi morti.

Possiamo senza dubbio riconoscere e affermare che esista una pallacanestro ante e una post 2004.

di Sergio Luise