Negli ultimi anni, la figura del mental coach ha acquisito sempre più popolarità, diventando un punto di riferimento per atleti, professionisti e persone comuni alla ricerca di una migliore gestione mentale e motivazionale.
Quindi, questo crescente interesse, ha portato anche a un aumento di individui che si spacciano…
…per esperti senza avere le necessarie qualifiche, generando confusione e, in alcuni casi, conseguenze negative per chi si affida a loro.
Chi è davvero un Mental Coach?
Il mental coach è un professionista che aiuta individui o gruppi a sviluppare strategie per migliorare la concentrazione, la motivazione, la resilienza e il controllo emotivo.
Questa figura si basa su tecniche scientifiche derivate dalla psicologia dello sport, della performance e comportamentale, con un focus sul potenziamento delle capacità personali e professionali.
Un vero mental coach:
Ha una formazione solida in psicologia, coaching o discipline affini
Non si sostituisce a psicologi o psicoterapeuti, ma lavora in ambiti specifici di crescita personale e professionale.
L’abuso della figura del Mental Coach
Purtroppo, la crescente domanda di supporto mentale ha favorito l’emergere di
pseudo-mental coach (abuso del ruolo) persone che, senza alcuna preparazione scientifica, si autodefiniscono esperti nel miglioramento della performance.
Segnali di un mental coach poco qualificato
Mancanza di titoli o certificazioni riconosciute:
molte persone si improvvisano coach dopo aver seguito corsi di poche ore o senza alcuna formazione accademica.
Promesse esagerate e immediate:
frasi come “Ti trasformerò in un vincente in pochi giorni” o “Supererai qualsiasi limite senza fatica” sono segnali di un approccio non professionale.
Utilizzo di tecniche senza basi scientifiche:
alcuni mental coach si affidano esclusivamente a frasi motivazionali e metodi non supportati da studi seri.
Sostituzione di professionisti qualificati:
un mental coach serio non si propone come alternativa a uno psicologo o a un terapeuta, soprattutto in caso di problemi clinici o emotivi profondi.
Come riconoscere un vero professionista?
(Il mental coach con vera competenza)
Per evitare di cadere nelle mani di persone incompetenti, è fondamentale seguire alcuni criteri nella scelta di un mental coach:
Controllare le qualifiche:
chiedere il percorso di formazione e le eventuali certificazioni.
Valutare le esperienze pregresse:
un professionista affidabile ha referenze verificabili e testimonianze concrete.
Diffidare dai metodi miracolosi:
la crescita mentale richiede impegno, tempo e strategie personalizzate.
Assicurarsi della serietà del percorso:
un buon coach lavora con obiettivi chiari, misurabili e realistici.
Conclusione
Il mental coaching è un settore che può offrire un supporto importante a chi cerca di migliorare le proprie capacità mentali, ma è fondamentale affidarsi a professionisti qualificati.
La mancanza di regolamentazione nel settore ha portato alla proliferazione di figure poco competenti, spesso più interessate al marketing che al reale benessere delle persone.
Per questo motivo, prima di scegliere un mental coach, è essenziale informarsi bene e fare scelte consapevoli,
evitando di cadere nelle trappole di chi sfrutta questa professione senza la preparazione necessaria.
L’attività motoria è uno dei pilastri della salute a ogni età. Non si tratta solo di “rimettersi in forma”: il movimento attiva processi biologici profondi, migliora il funzionamento del sistema muscolo-scheletrico, stimola il…
…cervello e regola ormoni fondamentali come endorfine, dopamina e insulina.
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Richiamo fisiologico:
Ogni movimento attiva il sistema nervoso centrale, migliora la comunicazione neuromuscolare e stimola il metabolismo cellulare, favorendo l’equilibrio tra massa muscolare e grasso corporeo.
Perché l’attività motoria è importante a tutte le età?
👶 In giovane età: si costruisce la base
Durante l’infanzia e l’adolescenza, l’attività motoria è fondamentale per lo sviluppo armonico del corpo. Aiuta a formare uno scheletro robusto, favorisce la crescita muscolare e rafforza le capacità cognitive.
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Richiamo fisiologico:
Il carico meccanico prodotto dal movimento stimola la crescita ossea attraverso l’attività degli osteoblasti (cellule deputate alla formazione ossea).
Inoltre, migliora la plasticità sinaptica nei giovani cervelli, favorendo l’apprendimento.
🧑💼 In età adulta: si combattono stress e sedentarietà
Allenarsi regolarmente tra i 25 e i 60 anni è cruciale per prevenire malattie metaboliche, ridurre lo stress e migliorare la qualità della vita. Bastano pochi allenamenti mirati a settimana per mantenere funzionale tutto il corpo.
👵 In età avanzata: si preserva autonomia e qualità della vita
Dopo i 60 anni, il rischio di sarcopenia (perdita di massa muscolare) e osteoporosi aumenta. Un programma motorio ben strutturato può mantenere la forza, l’equilibrio e la mobilità, riducendo il rischio di cadute e promuovendo l’indipendenza.
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Richiamo fisiologico:
Il movimento stimola le fibre muscolari di tipo II (veloci), che tendono a ridursi con l’età, migliorando la potenza e la reattività neuromuscolare. Inoltre, mantiene attivi i meccanismi di turnover osseo.
Ma attenzione: non tutti sanno allenare (anche se lo fanno)
Oggi chiunque può improvvisarsi “coach”, ma un vero professionista sa valutare lo stato fisico e fisiologico della persona, costruendo percorsi adattati a età, condizioni mediche e obiettivi.
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Richiamo fisiologico:
Un programma non personalizzato può causare sovraccarico articolare, alterazioni posturali e stress sistemico. L’assenza di una corretta progressione del carico compromette la capacità di adattamento biologico.
Scegli un professionista: ecco cosa fa davvero la differenza
Chi ha studiato, sperimentato e continua ad aggiornarsi, sa come il corpo risponde agli stimoli allenanti nel tempo. Allenarsi con un professionista non è solo più efficace: è più sicuro e sostenibile.
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Richiamo fisiologico:
Solo un professionista sa periodizzare il lavoro secondo i principi dell’adattamento biologico: sovraccarico progressivo, recupero, specificità e individualizzazione. Così si stimola l’ipertrofia muscolare, si migliora la funzione cardiaca e si riduce il rischio d’infortunio.
Come riconoscere un vero professionista?
Un vero professionista non si limita a “fare fare”, ma valuta, misura e corregge in base a evidenze scientifiche.
Si basa su conoscenze di anatomia, fisiologia, biomeccanica e metodologia dell’allenamento.
Fin dai tempi antichi, l’uomo ha avvertito la necessità di migliorare le prestazioni fisiche nelle varie espressioni della psicomotricità.
Cenni storici
Poco prima della battaglia delle Termopili (480 A.C.) re Serse incaricò i suoi esploratori di recarsi di nascosto nell’accampamento degli spartani al fine di spiarne le mosse.
Gli esploratori riferirono al sovrano come gli spartani fossero quotidianamente impegnati ad allenare il proprio corpo con esercizi calistenici.
Solo dopo che, nel corso della battaglia, i 300 spartani riuscirono a tenere testa agli oltre 120.000 soldati di Serse, fino all’arrivo delle altre forze greche, il sovrano comprese a proprie spese la ragione per cui il popolo greco desse una tale importanza all’esercizio fisico.
Agli antichi greci dobbiamo il principio che recita come per accrescere la propria forza sia necessario manipolare il sovraccarico, incrementandolo progressivamente.
La massima espressione del fisico “ideale” fa ancora oggi riferimento alle statue greche.
Esercizi propedeutici di corsa nell’antichità
Nelle terme e nelle ville romane sono stati rinvenuti mosaici raffiguranti diversi soggetti (anche donne), impegnati nell’allenamento contro resistenza, a testimonianza della diffusione di tale pratica nella quotidianità.
I gladiatori che si misuravano negli anfiteatri, passavano le loro giornate dedicandosi all’allenamento di forza e destrezza, unitamente a quello volto al perfezionamento delle tecniche di combattimento.
Nel medioevo, gran parte dell’addestramento degli aspiranti cavalieri era basato su esercizi a corpo libero e con sovraccarichi.
Nei secoli, si sono poi sviluppate diverse tecniche e discipline, dalla ginnastica artistica al sollevamento pesi, all’esercizio calistenico.
Dal secolo scorso si è visto il proliferare di attrezzature per l’allenamento isotonico e ha decretato l’esplosione di una serie di nuove tecnologie.
Stati di squilibrio
A seguito dei protocolli di potenziamento sviluppati con tali attrezzature, sono stati rilevati alcuni stati di squilibrio nello sviluppo muscolare tra:
i distretti agonisti
antagonisti
fissatori e stabilizzatori dell’articolazione (o delle articolazioni),
interessate da un determinato movimento.
È stato altresì evidenziato un allungamento delle tempistiche di “trasformazione” delle sessioni d’allenamento della forza.
Fatto dovuto al presupposto che tali allenamenti erano stati essenzialmente concepiti per il muscolo e non per il movimento.
Ecco che è nata così la necessità di:
ricollegare l’allenamento muscolare alla corretta cinematica del gesto.
La mobilità
Il controllo motorio è parte di un complesso sistema fisiologico con primo attore il SNC (Sistema Nervoso Centrale), che organizza regola e controlla il movimento, nella sua interezza.
Il SNC diviene efficiente in presenza di una mobilità controllata e di una stabilità dinamica.
Riconosce i movimenti, non i muscoli e non permette un movimento che non può controllare.
Prima di tutto viene la mobilità:
si imparano schemi motori, da semplici a via via più complessi.
si crea la base motoria con nuovi engrammi motori, (che sia un’atleta o una persona comune), poi la stabilità al movimento.
Ciò ci deve perciò insegnare che il nostro sistema nervoso è, nel suo complesso, ottimizzato per gestire dei “gesti”.
Nello specifico movimenti frutto di un’intenzione e perciò finalizzati al conseguimento di un risultato.
L’allenamento funzionale risponde alla necessità di sfruttare appieno i guadagni ottenuti in termini di forza muscolare mediante:
miglioramento della coordinazione interdistrettuale;
esercitazioni complesse che impegnino attività tonico posturale;
equilibrio e movimento applicabili a tutte le età.
Questa precisazione si rende necessaria in quanto un protocollo di allenamento funzionale che non tragga spunto da un’attenta valutazione dei sistemi di controllo di postura, equilibrio e movimento.
Sarebbe, di fatto, un viaggio senza meta.
In caso di un’alterata funzione del sistema tonico posturale, non sarebbe possibile allenare (e quindi migliorare) un gesto,
Al contrario, si andrebbe ad allenare un gesto “compensato” (quindi sbagliato), con tutte le conseguenze del caso:
minore efficacia terminale, rischi di fenomeni da sovraccarico, ecc…
Il concetto di regioni interdipendenti si riferisce al concetto che limitazioni funzionali, apparentemente estranee, in zone anatomiche remote, possano contribuire o essere associate con il disturbo primario del paziente
Da un punto di vista neurofisiologico, l’allenamento funzionale è tutt’altro che una banalità
L’Allenamento Funzionale consiste nel somministrare al corpo stressor (fattore di stress – agente stressante) che vadano ad incrementare i diversi parametri fisiologici.
Il sistema non sarà colpito da un unico “lato”, ma facendo arrivare stimoli complessi a cascata.
Quindi, in tale contesto, ben vengano metodi che usino principi propri del:
L’intervento di Julio Velasco: trascrizione e riflessioni
Velasco descrive una dinamica comune nelle squadre:
“L’attaccante sbaglia una schiacciata e incolpa il palleggiatore. Il palleggiatore accusa il ricevitore. E così via… Nessuno si prende la responsabilità.”
La Teoria degli Alibi ci mette davanti a una scelta: possiamo trovare scuse, oppure possiamo trovare il modo per migliorare. Velasco ci invita a smettere di spiegare e iniziare a risolvere.
Chiedamoci sempre:
Stai ancora cercando alibi o stai già cercando soluzioni?
La cosa curiosa dei tabelloni segnapunti (e segnatempo) è che se potessero registrare gli sguardi, diventerebbero incandescenti a mano a mano che la partita volge verso la fine.
Se fossi un esperto in matematica direi che il tabellone lo si guarda in maniera inversamente proporzionale allo scorrere del tempo.
il primo per l’evento agonistico in sé che si svolge sul campo,
il secondo per il tabellone,
il terzo per il tavolo dei giudici (a cui ci si interfaccia per le operazioni amministrative della partita).
Ebbene sì, anche una partita ha le sue pratiche burocratiche da espletare.
Il tabellone
Eppure quel tabellone che fa sospirare e penare, dannare e gioire, quei piccoli cristalli rossi che si illuminano formando sostanzialmente numeri, tutta quella roba lì è un grande ingannatore.
Non perché sia bugiardo in sé (non c’è cosa più veritiera dei numeri, com’è noto), ma perché quel tabellone,
se si rischia di fare in modo che sia l’unico a decretare “la polvere o l’altare”, beh quella sì che può essere una cosa ingannevole.
Il risultato finale
Sto parlando del risultato finale.
Quale unico ed assoluto giudice di ogni valutazione ex post di una prestazione?
E sto anche cercando (e sarà impresa non poco faticosa) di dimostrare che quel tabellone deve iniziare ad avere un’importanza relativa e non già assoluta nelle valutazioni di uno staff tecnico e di una società circa la performance della squadra.
Va bene, lo ammetto che la questione è spinosa assai e che investe direttamente la vecchia dicotomia tra fare sport per il gusto di farlo e farlo esclusivamente per vincere.
E’ esattamente il metro con cui si valuta lo sport semiprofessionistico e professionistico.
È questione spinosa anche perché deve ribaltare uno degli assiomi più antichi dello sport e cioè che quest’ultimo è vero solo in funzione dei risultati e che nulla conta al di fuori di quelli, che chiunque viene valutato per quanto ha vinto, eccetera eccetera.
Che se mi permettete, questa è solo una delle variabili in gioco (importante certo, ma ce ne sono anche delle altre).
Quante volte:
ci siamo sentiti dire che la nostra squadra meritava di vincere?
il pubblico ci ha applauditi anche dopo una sconfitta?
gli allenatori avversari si sono sinceramente complimentati per la prestazione fatta anche quando siamo usciti dal campo con le pive nel sacco?
La formalità
Orbene, il mio tentativo da queste colonne sarà tutto teso a dimostrare che tutta quella roba lì, che è accaduta a tutti, certamente anche più di qualche volta, è tutt’altro che formale e che la vittoria non è assolutamente l’unico parametro di valutazione per arrivare a definire se la nostra programmazione, la nostra conduzione di una gara e – purtroppo – non l’epilogo della stessa non sono da buttar via soltanto perché alla fine il punteggio ci vede sconfitti.
Ovvio considerare che se abbiamo perso ci manca ancora qualcosa, ma facciamo veramente attenzione ogni volta ad entrare nel merito della prestazione per sottoporla ad una attenta scannerizzazione che riguarda i quaranta minuti di gioco e non, magari, l’ultimo sfortunato episodio.
Proviamo anche a mettere in atto un’altra strategia.
Quel tabellone fatto di led luminosi rossi che cambiano vertiginosamente con il variare del punteggio, dei tempi di gioco e dei falli, proviamo a guardarlo un po’ meno spesso.
Quel tabellone ci condiziona tremendamente, inconsciamente, subliminalmente.
Faccio un esempio.
A inizio terzo quarto siamo avanti di venticinque:
che effetto questa cosa produce sulle nostre emozioni agonistiche, nella stragrande maggioranza dei casi?
Ritengo che il tabellone sia paradossalmente un nemico più della squadra che è avanti nel punteggio di quella che è in svantaggio.
Quei numeri dicono cose che possono entrare prepotentemente in quella delicata cosa che sono le motivazioni agonistiche che molto spesso spostano gli equilibri con la stessa facilità con cu si ribalta la famosa “inerzia”.
Ovvero quella miscela chimica e psicologica che nessuno ha mai capito fino in fondo ma che tutti gli allenatori conoscono e la “sentono” nell’aria prima che la situazione venga poi di fatto ribaltata sul campo anche se fino a pochi minuti prima il risultato sembrava aver preso una direzione precisa.
Conclusione
E allora, per concludere, qui nessuno vuole scomodare De Coubertin e assecondare quel suo cavalleresco e assai poco attuale aforisma,
in un’epoca nella quale, non solo nello sport, tutti vogliono spudoratamente vincere, sempre e comunque, con ogni mezzo, perfino quelli illeciti.
Tutto si giustifica nella moderna società della competizione sull’altare del “vincere e vinceremo”. (Duce, ci scusi la citazione).
Eppure sento che la vera e profonda ragione per giudicare cosa siamo veramente, cosa abbiamo realizzato veramente in quella partita, cosa serve veramente per trasformare quel granello di sabbia che è mancato nella valanga che occorre per superare la corrente:
sta nel superare il senso del punteggio decretato dal tabellone quando termina la sua corsa e dice 00:00.
Due considerazioni finali
La prima è che nessuno gioca mai a perdere e tutto questo non riguarda affatto l’aspetto delle giustificazioni o degli alibi per una sconfitta
quella sì, che sarebbe una cosa esecrabile.
La seconda è una parziale correzione della storia, ovvero del detto di De Coubertin e del senso che voleva dire.
Quel detto non è affatto farina del suo sacco: lo pronunciò per primo nella storia un filosofo greco che non avrebbe mai detto una cosa così scontata, perché quel filosofo disse in realtà:
“L’importante non è vincere, ma partecipare con spirito vincente”.
E credetemi, meglio di questa frase per spiegare tutto quello che volevo dire in queste righe, non potevo trovare.
Un team di persone o, se vogliamo essere più precisi, di allenatori con dei ruoli stabiliti, che seguono delle regole, che hanno lo stesso obiettivo ultimo ma con competenze e conoscenze diverse.
Devono saper lavorare insieme, condividere e, come del resto i giocatori della propria squadra, anteporre le esigenze del gruppo a quelle personali.
analizzano le dinamiche di gruppo, aiutano i componenti ad esprimersi al meglio collaborando e condividendo
Possono crearsi dei piccoli sottogruppi con i propri coordinatori.
Se pensiamo alle organizzazioni più complesse, quelle delle NBA, lo staff tecnico è composto da decine di persone, ma in cima alla piramide c’è un solo capo ben definito: L’HEAD COACH, il capo allenatore.
Prima di quest’ultimo, che per me è un leader oltre che il capo di uno staff, partirei dagli altri componenti per condividervi le mie personali idee riguardo i ruoli e le competenze.
Ha la responsabilità, in pre-season, di far raggiungere la condizione fisica necessaria ad affrontare l’inizio del campionato, durante la stagione di conservarla per poi arrivare nella migliore situazione possibile alla fine del campionato.
É un lavoro complesso, che vive di diversi momenti lungo la stagione, alcuni richiederanno specifici lavori con carichi ed obiettivi mirati, altri saranno dedicati al recupero di eventuali infortunati e a ltri, ancora, saranno momenti di supporto e di sostegno emotivo.
Non è raro, infatti, che il preparatore sia colui al quale vengono richiesti consigli anche al di fuori del basket giocato, pensando anche che il corpo, il target del proprio lavoro, è una componente che va sempre allenata, anche lontano dal campo.
Nel basket attuale il preparatore lavora sempre più in sinergia ed in simbiosi con la parte tecnica.
Ogni programmazione, sia essa stagionale, mensile, settimanale o quotidiana, deve essere il risultato dell’interazione tra le due parti.
L’assistente allenatore
E’ una figura che, anche se alcune volte lavora lontano dai riflettori, nel basket moderno ha visto ampliare sempre di più le proprie mansioni, non soltanto sul campo di basket, ma anche dietro la scrivania.
In uno staff ve ne sono diversi, e spesso con ruoli specifici.
Infatti ci sono quelli con capacità di analizzare e produrre stats e video certificando così l’importanza delle voci statistiche.
In pratica:
peso ai numeri, non solo nella lettura delle partite e dei risultati, ma anche nella costruzione delle squadre e nella preparazione delle partite da affrontare.
Il basket è uno sport aperto alle contaminazioni e alle evoluzioni:
ha assimilato dal baseball l’importanza dei numeri
dal football, sport estremamente tattico e con alcuni aspetti tecnici in comune con la pallacanestro, si è adottata, invece, la specializzazione tra gli assistenti allenatori all’interno dello staff.
E’ sempre più comune, anche in società meno strutturate di quelle della NBA, trovare allenatori responsabili delle scelte difensive o di quelle offensive, nonché coordinatori del lavoro individuale (player development coach).
Questi assistenti hanno un contatto molto diretto con i giocatori, è necessario che si manifestino nei confronti di essi come dei capo allenatori a tutti gli effetti e devono essere riconosciuti dai giocatori come tali.
Obiettivi comuni
In soldoni non deve mai instaurarsi nella mente degli atleti la convinzione di avere di fronte un allenatore meno “valido” o meno importante del head coach.
Senza invadere le competenze né prevaricare i ruoli, ritengo che uno staff tecnico sia molto più forte e credibile quando si mostra alla squadra senza differenze di valori, quando parla un assistente è come se parlasse il capo allenatore!
L’assistente non deve, però, “solo” proporre soluzioni tecnico-tattiche ai problemi che si manifestano, ma, a mio parere, in alcuni determinati momenti,
deve anche favorire delle riflessioni, provocare cioè dei dubbi al capo allenatore.
Deve, quindi, alimentare e stimolare un confronto sulle idee dal quale deve uscire una sintesi che poi renda più forte le convinzioni e le scelte adottate.
È fondamentale non sbagliare i momenti.
Il capo allenatore è colui che decide, che si assume le responsabilità e le proposte o le considerazioni devono essere fatte prima della sua scelta, dopo di essa tutti devono lavorare nella stessa direzione affinché la resa sia la massima possibile.
Alla squadra va trasferita un’idea unica, consolidata e motivata!
Un aspetto del lavoro degli assistenti, in particolare di quelli più vicini al capo allenatore, che è meno tangibile e a volte sottovalutato, è il saper fare da connettori tra la squadra e il coach.
É un compito molto delicato, invece, che in alcune circostanze si manifesta attraverso il rafforzare i messaggi, sia tecnici che motivazionali, dell’allenatore nei confronti degli atleti, in altre raccogliendo i vari feedback proveniente dalla squadra.
Ed è qui che vorrei sottolineare come l’assistente debba anche avere la sensibilità per analizzare ciò che gli viene detto e filtrare i messaggi per l’head coach…
NON DEVE ESSERE UNA SPIA, NE’ DEVE ESSERE UN CONFIDENTE.
Deve capire ciò che è funzionale al raggiungimento dell’obiettivo comune, deve prevenire possibili problemi, risolverne altri.
L’Head Coach
E’ indubbiamente il capo dello staff.
Viene chiesto di:
prendere le decisioni e la responsabilità della gestione della squadra
coordinare il lavoro dei vari allenatori
come abbiamo visto non solo tecnico
deve dare una linea e stabilire un metodo di lavoro a cui tutti devono adeguarsi.
Ritengo, però, che debba essere anche il LEADER della squadra, colui che non solo stabilisca le regole, ma che sia il punto di riferimento, non sia al di fuori del gruppo, ma parte integrante ed esempio per lo stesso!
Non deve necessariamente avere più conoscenze degli altri membri dello staff (pensiamo ad esempio, ma non solo, nei confronti del preparatore o del mental coach), ma deve avere una visione che sia Il 100% di ciò di cui ha bisogno la squadra.
Non può permettersi di non essere focalizzato sull’obiettivo comune, anzi deve avere la capacità di riportare eventualmente tutti sulla stessa “pagina del libro”.
Una dote importante è, per me, la sensibilità nel capire come e in che modo far rendere al meglio le risorse che ha a disposizione; le risorse non sono, ovviamente, solo i giocatori, ma anche i propri assistenti.
Come abbiamo detto in precedenza, essi hanno competenze e capacità diverse, fondamentale è metterli nelle migliori condizioni possibili per aumentarne l’efficienza.
Conclusioni
In ottica dell’obiettivo comune:
l’head coach potrebbe, per esempio, lasciare al proprio assistente la conduzione dell’allenamento settimanale o solo di alcune parti di esso.
La domanda
Potrebbe essere visto come un passo in dietro da parte del capo allenatore?
E’ un ottimizzare il lavoro e trasmettere alla squadra uno staff unito e completamente immerso nel raggiungere l’obiettivo.
Da leader deve sapere che uno staff coinvolto e contento del proprio ruolo è in grado di dare quel qualcosa in più che, in un lavoro dove ogni settimana c’è un confronto tra uomini prima che atleti e tecnici, può fare veramente la differenza.
Se ti alleni tutto l’anno, può capitare che un giorno salti una sessione di allenamento, ma se salti 2-3 settimane di seguito cosa succede?
Se smetti di allenarti per più di una settimana, inizierai a sperimentare gli effetti del “Detraining”, un fenomeno nel quale si perdono i benefici dell’allenamento e di conseguenza la…
…sospensione prolungata degli allenamenti riduce il livello della tua preparazione fisica.
La perdita della “forma fisica” dipende da molteplici fattori:
il tempo lontano dalla palestra, dal campo di allenamento, dalla piscina
i progressi cardio-vascolari che avevi ottenuto (ad esempio il cuore inizia a perdere la sua capacità di gestire volumi aumentati di sangue e l’abilità a pompare sangue più efficientemente);
l’abilità del corpo di utilizzare i carboidrati come “carburante” e la migliorata capacità muscolare di utilizzare l’ossigeno
cioè cala il volume massimo di ossigeno consumato in un minuto (V02 max);
i miglioramenti acquisiti sulla pressione del sangue, sui livelli di colesterolo e di glicemia e se facevi allenamenti di forza, il tuo volume muscolare, la tua forza e la resistenza si ridimensioneranno;
in 2-4 settimane la maggior parte delle capacità aerobiche guadagnate in 2-3 mesi di allenamento;
la forza, la potenza e la resistenza muscolare e sebbene la forza possa essere mantenuta fino alle 3-4 settimane di inattività, la potenza e la resistenza potrebbero ridursi significativamente.
Gestisci meglio il Detraining
Il “Detraining” ha effetti negativi sulla composizione corporea ed è associato all’aumento di peso e alla diminuzione del metabolismo basale.
Diversi fattori possono contribuire all’aumento del grasso corporeo quando smetti di allenarti.
Quando perdi massa muscolare il tuo fabbisogno calorico diminuisce in contemporaneoa anche il metabolismo basale perché i tuoi muscoli riducono la capacità di bruciare calorie.
Inoltre, non stai più bruciando la stessa quantità di calorie perché ti stai allenando di meno,
quindi se non adatti il tuo piano alimentare le calorie in più che introduci saranno immagazzinate nel corpo come grassi e di conseguenza aumenterai di peso.
E dopo?
E’ difficile prevedere quanto tempo ci vorrà per ritornare al tuo livello di forma fisica precedente e una cosa che giocherà sicuramente in tuo favore è la tua “memoria muscolare”.
I tuoi muscoli hanno delle cellule speciali che “ricordano” i movimenti che facevi durante l’allenamento, quindi quando tornerai ad allenarti dopo un lungo periodo di stop, riacquisterai la tua forma fisica più velocemente.
Però ti consiglio di:
ricominciare ad allenarti in maniera “soft” per evitare infortuni;
aspettare 3-4 settimane prima di arrivare a seguire i tuoi allenamenti abituali;
avere pazienza e perseveranza e credere che ritornerai più forte di prima.
L’apprendimento è la nostra capacità di adattarci a situazioni diverse cercando sempre la soluzione adeguata.
Ogni risposta è la base di un nuovo apprendimento.
Apprendere è il verbo all’infinito più usato nella scuola perché è la finalità di ogni insegnamento, è il fratello gemello dell’altro verbo all’infinito imparare.
Apprendere, da ad-prehendere, significa acquisire, afferrare, catturare, se un ragazzo impara qualcosa quella diventa sua, gli appartiene, se ne impossessa, farà parte del suo…
…bagaglio culturale e non lo lascerà più, quella cosa insieme alle altre porterà alla costruzione di una nuova conoscenza che costruirà la sua persona definendola.
L’esempio
Infinite sono le possibilità di apprendere e l’apprendimento cooperativo è la modalità di insegnamento più adatta perché si basa sull’interazione all’interno di un gruppo di allievi che collaborano, cooperano, al fine di raggiungere un obiettivo comune.
Io ho imparato a portare la bicicletta senza rotelle e senza rompermi i denti a 4 anni, osservando e giocando con un mio amico della mia stessa età che la guidava con sicurezza, dopo che qualche giorno prima avevo frantumato i vetri del corridoio a casa.
foto di Yan Krukov
Attività cooperativa non lavoro di gruppo
Con l’apprendimento cooperativo si insegna e si apprende insieme a, si fa squadra, svolgendo attività in coppie o terzetti, con un numero maggiore ci sarà sempre chi cerca di imboscarsi.
Nelle coppie e nei terzetti cooperativi la comunicazione è facilitata:
si sottolinea un testo ma anche si discute
si fanno insieme mappe o riassunti cooperativi
ci si esercita insieme
si ragiona o si scrive insieme
ognuno deve offrire il suo contributo altrimenti l’attività cooperativa non si potrebbe portare a termine.
L’attività cooperativa si differenzia dal lavoro di gruppo, dove a cooperare sono dai 4 studenti in su, perché in questo caso c’è un maggiore rischio di dispersione, sovrapposizione, con qualcuno che cerca di imboscarsi lasciando fare il lavoro agli altri.
Gli studenti si aiutano reciprocamente, sentendosi corresponsabili del reciproco percorso.
Il lavoro congiunto e il confronto con coetanei che vivono la stessa esperienza sono risorse preziose per la costruzione di una identità personale e sociale integrale.
Confrontandosi con il pensiero degli altri sulla base delle proprie idee e del proprio bagaglio esperienziale, anche gli studenti più impegnativi possono essere valorizzati come autori legittimi di conoscenza e acquisire la consapevolezza di essere considerati persone portatori di storie, interessi e finalità soggettive.
Tali risultati positivi sono più facilmente conseguibili quanto più l’insegnante prepara accuratamente le coppie e i terzetti.
Foto di Yan Krukov
Quando l’incoraggia ad impegnarsi in controversie e confronti di punti di vista piuttosto che a perseguire l’unanimità e il conformismo.
Percorrere una strada in un solo senso di marcia non permette il confronto e non ti fa apprezzare il paesaggio ma soprattutto impoverisce la costruzione di relazioni sociali.
John Dewey e Lev Vygotsky
Si potrebbe sinteticamente richiamare il pensiero di John Dewey e di Lev Vygotsky fortemente convinti che
la scuola deve diventare un vero e proprio laboratorio per imparare ed imparare ad imparare in un clima collaborativo, cooperativo, perché nel gruppo si può fare quello che non è possibile fare da soli.
Fondamentali sono le attività in coppia o terzetti possibilmente eterogenei, almeno per mezz’ora al giorno, dove non verranno stabiliti ruoli permanenti per consentire a tutti di scambiarseli in base alle diverse esigenze, tutti saranno leader e gregari.
Nel ciclismo ho sempre apprezzato il ruolo dei gregari quelli che stanno a fianco del loro compagno leader a cui tirano la volata, lui taglia il traguardo ma a vincere sono tutti insieme.
L’apprendimento cooperativo permette più facilmente di dimostrare le competenze acquisite in base alle proprie potenzialità.
Lo studente impara insieme al compagno ad utilizzare le sue conoscenze ed abilità in situazioni diverse perché nel confronto ha imparato a distinguerle.
Le occasioni
Studiare regolarmente in coppia o terzetti insegna a ragionare sui:
problemi da prospettive diverse
a riorganizzare il proprio modo di pensare
ad attribuire un nuovo significato alle proprie esperienze
a modificare i comportamenti
e questo implica una capacità di cambiamento e di adattamento che facilita una didattica veramente inclusiva.
Una scuola esclusivamente competitiva ed individualistica spinge gli studenti all’abbandono scolastico perché crea un ambiente ostile che non ispira fiducia.
Foto di cottonbro
Una scuola cooperativa ed altruistica spinge, invece, al confronto, alla relazione, alla comunicazione, al ragionamento, alla soluzione dei problemi, alla creatività, allo sviluppo delle idee.
L’insegnante avrà il compito di osservare, stimolare, orientare, facilitare la partecipazione di ognuno, senza mai offrire soluzioni preconfezionate, in modo che tutti possano apprendere.
In questo modo si sviluppa la competenza di convivenza civile strettamente legata all’intelligenza legata alla capacità di mettersi in relazione con il mondo e con gli altri.
La forma di intelligenza più importante quella che sviluppa l’abilità sociale, la caratteristica maggiormente richiesta in ogni curriculum.
La competenza non può compiersi fuori da un contesto relazionale.
L’intoppo
La difficoltà spesso è degli insegnanti che sono abituati, per tradizione ed esperienza personale, alla lezione di tipo frontale.
Foto di Max Fischer
Nella maggior parte delle volte utilizzano un’unica modalità espressiva per trasmettere agli studenti informazioni e contenuti.
Si aggiunge, poi, a questa la loro inesperienza a lavorare in gruppo perché non sono stati formati all’insegnamento di squadra (team teaching).
Il modello è stato ed è spesso ancora questo:
l’insegnante ha un carico di sue conoscenze, lo scarica in classe, assegna agli studenti il compito di trasportare per un po’ il peso a casa per poi farselo riconsegnare senza nessuno sconto alla prossima fermata, la prova di verifica.
Conclusioni
La valutazione delle conoscenze acquisite si basa sulla restituzione fedele dello stesso carico.
Seppure la soluzione è intuitiva, basterebbe suddividere il carico in modo da renderlo più leggero tra gli studenti, quelli con le spalle più larghe potrebbero aiutare i più gracili chiedendogli solo di aiutarli con le forze che possono impegnare.
Foto di Yan Krukov
Il segreto è che tutti devono metterci almeno una mano.
Ognuno è responsabile del carico, del suo studio.
In questo modo vengono rispettate le difficoltà e i tempi di apprendimento dei singoli studenti.
Ti dà credibilità e ti fa diventare un punto di riferimento per i tuoi allievi e ciò che dici, assume per loro un significato di “verità”:
se ne accorgono subito e vedono in te la serietà e ti seguono.
L’autorevolezza diventa progressivamente…
…sicurezza e rafforza la tua personalità che, con il passare del tempo, diventa coerenza, convinzione e capacità di svolgere bene il tuo ruolo all’interno del gruppo.
L’autorevolezza non è autoritarismo, non è “potere”, l’autorevolezza affascina, coinvolge ed emoziona.
Emozionali!
La seconda qualità è la partecipazione.
La tua deve essere una presenza attiva, animata dalla voglia di fare, di fare sempre meglio, di dare e di arricchire.
Foto di Allan Mas
Questa voglia si misura con il desiderio di entrare in palestra, nel campo di gioco, in piscina, con entusiasmo e con la voglia di trasmettere e di coinvolgere: non deve essere una “routine”!
Guardali negli occhi, ti diranno subito di quello che hanno bisogno.
Coinvolgili!
La tua partecipazione è condizionata dal modo di pensare, dallo sforzo di percepire o di far percepire qualsiasi esercizio o gioco in modo:
accattivante
interessante
curioso
in una versione sempre nuova,
perché nulla rimane immutato e tu devi coglierne le novità.
La tua partecipazione deve essere anche affettiva e deve esprimere la voglia di trasmettere ciò che sai e che hai raggiunto in anni di studi, di ricerche, di confronti, di approfondimenti e di aggiornamenti.
Il tuo deve essere un “sapere” che si coniuga con la passione e con il piacere di trasmetterlo agli altri.
Il “piacere di insegnare”, nessun lavoro, nessuna professione, senza il “gusto” di compierlo, può risultare gratificante, quindi efficace e proporzionato al gradimento dei tuoi allievi, che lo dimostreranno stando attenti, coinvolti e appassionati a ciò che trasmetti.
La terza qualità è il ruolo, il tuo ruolo.
Ogni ruolo ha una sua liturgia che deve essere mantenuta.
Non ti è concesso di diventare amico dei tuoi allievi.
Foto di Anton Belitskiy
Il tuo ruolo è sacro, non è una missione e la sacralità del tuo ruolo è fondata su un sapere razionale, ha un sapore fascinoso, misterioso, perché il mistero rimane dentro il pensiero umano.
Tu non sei il padre dei tuoi allievi, non sei il loro amico, non sei lo psicologo che li deve accompagnare nel cammino della fanciullezza.
Sei un uomo o una donna con l’incarico di fare il direttore d’orchesta dove ognuno degli orchestrali suona il proprio strumento (chi bene e chi male, ma tutti suonano) e tu hai il dovere di accompagnarli e di farli “crescere”.
E ricordati che devi indossare un abito consono alla cerimonia, alla cerimonia dell’insegnamento e dell’apprendimento.
Affascinali!
La quarta qualità è “falli star bene”.
La palestra, il campo di gioco, la piscina devono essere un’oasi di pace, fuori può regnare il caos, ma nella tua palestra e nel tuo campo di gioco devono sentirsi al sicuro.
Falli stare bene i tuoi allievi, la palestra, il campo di gioco, la piscina sono un banco di prova per la vita futura e tu puoi solo aiutarli ad essere pronti per affrontarla.
Foto di Mary Taylor
Fai capire loro che eccellere costa, imprimi nella loro mente che se vogliono veramente ottenere qualcosa di importante, devono impegnarsi e sacrificarsi.
Accompagnali!
Conclusioni
“Tu devi essere un Insegnante, un Istruttore, un Allenatore, un Educatore “in gamba”, devi lasciare in eredità ai tuoi allievi la gioia di giocare, di divertirsi e la voglia di migliorare!
Devi saper “leggere” nei loro occhi ciò che desiderano e se sarai in grado, fai diventare lo sport che praticano un’avventura e non una marcia forzata per eccellere.
Devi essere una guida preziosa, cammina accanto a loro, lasciali esplorare, inventare, creare, indagare e……… se sarai stato per loro “speciale”, non ti dimenticheranno mai e sarai ricordato per quello che sei stato e non per quello cha hai loro insegnato”.
Ovvero le abilità che portano a comportamenti positivi e che rendono l’individuo capace di adattarsi, di far fronte in maniera efficace alle sfide della vita di tutti i giorni.
A parte il fatto che molti Insegnanti (quelli bravi!) hanno già “in tasca” le “competenze non cognitive”.
Queste competenze se le sono fatte attraverso le conoscenze, con l’esperienza, con l’umiltà, con la perseveranza, frequentando Convegni, Forum e Corsi di formazione, anche perchè si sono accorti che non basta la laurea.
L’empatia non si insegna, o ce l’hai o non ce l’hai?
Ma cosa mi venite a dire!!!
Praticamente ci si è accorti che fino ad ora non sono stati formati “BENE” gli Insegnanti e allora ecco che saltano fuori dal cilindro “le competenze non cognitive”.
La proposta
La proposta prevede una sperimentazione che sia inclusiva e che valorizzi delle competenze extradisciplinari, con l’obiettivo di incrementare le “life skills” (abilità che portano a comportamenti positivi e che rendano l’individuo capace di adattarsi, di far fronte in maniera efficace alle sfide della vita di tutti i giorni).
allenando il pensiero creativo e quello critico, cosa assolutamente indispensabile in una società soggetta costantemente agli attacchi di fake news e al peso dell’omologazione.
E poi ancora la capacità di prendere decisioni e risolvere problemi.
Non pensate che molte famiglie e molti Insegnanti abbiano da tempo intrapreso questa strada?
Sì è vero ci sono Insegnanti (con la i minuscola) che:
non sanno gestire il gruppo classe,
non sanno insegnare,
puniscono,
poco empatici,
non sanno trasmettere
curiosità, interesse ed emozioni.
Forse, prima di dare loro in mano “le chiavi” dell’insegnamento non era meglio fermarli?
Conclusione
La proposta di legge introduce, quindi, l’avvio a partire dal 2023 ad una sperimentazione nazionale triennale per attività finalizzate allo sviluppo delle competenze non cognitive nei percorsi delle scuole di ogni ordine e grado.
I vari insegnamenti devono comunicare maggiormente tra di loro e non restare chiuse nel loro compartimento stagno.
Il tecnicismo, la specializzazione, il pensiero convergente, il ripetere meccanicamente cose già apprese, non ci permette di seguire un percorso diverso.
Lo sviluppo del pensiero divergente arricchisce le nostre competenze comunicative e la nostra efficacia espressiva
Spesso il pensiero divergente è usato come sinonimo di creatività ma la capacità di creare è qualcosa di più complesso in quanto in essa intervengono fattori socio-culturali ed altri aspetti della personalità non solo cognitivi ma anche affettivi ed emotivi.
E’ certo però che il pensiero divergente indica la giusta direzione da seguire per arrivare al nucleo centrale della creatività in quanto i suoi tratti caratteristici sono:
la fluidità
facilita lo spostamento di un’idea da un luogo all’altro e da una produzione all’altra;
la flessibilità
un pensiero elastico, capace di piegarsi, di adattarsi alle differenti situazioni;
l’originalità
che non dipende e non ha somiglianza con esempi, modelli ed idee precostituiti, convenzionali, ed ha quindi una sua novità, un suo carattere proprio;
l’elaborazione
l’insieme delle operazioni (l’associazione delle idee, l’astrazione, l’immaginazione costruttiva e riproduttiva, il giudizio, il ragionamento, ecc…), con le quali organizziamo e trasformiamo il materiale fornito dall’esperienza.
Il percorso specifico
I tratti tipici del pensiero divergente sono gli stessi della dimensione della creatività ecco perché per diversi autori il pensiero divergente indica il pensiero creativo.
Le nuove strade non escludono le vecchie, ma si possono unire con esse illuminando alcuni tratti del circuito cerebrale, rendendo così, il traffico più vario e veloce.
Percorrere una strada in un solo senso di marcia non permette il confronto e la scelta e questo ostacola la possibilità di essere divergenti.
La creatività non è una capacità di pochi artisti, pittori, musicisti, inventori, scienziati, ma è una possibilità per tutti, ognuno è in grado di trovare nuove e diverse associazioni tra le cose ogni giorno.
La creatività è una dote innata che tutti posseggono ma che non in tutti si manifesta immediatamente ed istintivamente.
Aiuta molto educare i bambini fin da piccolissimi alla ricerca personale, alla flessibilità, alla liberazione della creatività, perché loro, in particolare dagli zero ai tre anni, hanno una mente assorbente, “superassorbente”.
Si è dovuto aspettare l’arrivo di Maria Montessori che ha creato una “casa dei bambini”, un luogo di rivelazione e di espressione del bambino mediante:
una disciplina attiva che lo abitui ad essere padrone di sé, a sapersi imporre il limite dell’interesse collettivo e la forma delle buone maniere materiali;
la consapevolezza che il bambino ha un’intensa vita psichica, inconscia e subconscia e che è tanto grande nella sua piccolezza, è capace di intenzione e di pensiero, di azioni pratiche e creative;
la sua mente è assorbente, ma non come la spugna che lascia passare l’acqua e non la trattiene.
La mente del bambino, invece, arriva ad assorbire ed a conservare molte e difficili cose:
il linguaggio
le abitudini
i sentimenti
per cui occorre saper utilizzare questa forza creativa e inconscia.
Il movimento è essenziale alla vita; e l’educazione non può concepirsi come moderatrice o, peggio, inibitrice del movimento, ma solo come un aiuto a bene spendere le energie, e a lasciarle sviluppare normalmente”. “L’attività motrice, perciò, deve avere uno scopo ed essere connessa con l’attività psichica. Esiste una stretta relazione tra il movimento e l’intelligenza avida di imparare. I bambini disordinati nei loro movimenti non sono soltanto bambini che non hanno imparato a muoversi: sono soprattutto bambini dalla mente denutrita, che soffrono di fame mentale.
La curiosità del bambino è il vero motore dell’apprendimento e questa curiosità nasce dalla stimolazione, dalla motivazione e non dall’ esigenza di riempire la sua mente con informazioni che spesso non capisce e che fa fatica a ricordare.
Conclusione
La scuola è impegnata in una costante, continua, inarrestabile, ricerca per individuare le formule organizzative e gli interventi educativi più efficaci affinché i bambini possano svincolarsi dalla dipendenza delle cose già fatte, già pronte, ed aprirsi a nuove possibilità capaci di evolvere in un percorso che è sempre dinamico.
Foto di Max Fischer
Conoscere significa stabilire nessi, collegamenti, connessioni, essere capaci di fare sintesi in un mare di informazioni e questa capacità può essere insegnata solo a scuola e bisogna farlo il prima possibile.
I bambini devono essere educati fin dal momento della nascita, nei primi anni di vita, per alcuni neuro scienziati entro i tre anni si formano le sue modalità cognitive ed emotive che gli permetteranno di conoscere il mondo e di relazionarsi agli altri.
Uno dei più classici oggetti che fanno parte della vita di un allenatore e che lo accompagna non solo la domenica, è il taccuino.
Sul taccuino l’allenatore ci scrive DI TUTTO.
Non si può fidare della sua sola memoria, e allora il taccuino serve a raccogliere ogni tipo di informazione che gli servirà a definire meglio il suo lavoro quotidiano e i suoi obiettivi.
Su quei taccuini si sono…
…vinte più partite di molte faticose sedute di allenamento e in quelle pagine non ci sono soltanto schemi ed esercizi.
Ci sono anche frasi e annotazioni che aiutano il coach a focalizzare meglio i suoi obiettivi.
Gli sbagli
Nei lunghi decenni in cui ho avuto la fortuna di allenare, trascrivevo ogni anno alla prima pagina di ogni nuovo taccuino la seguente frase, mutuata da un sillogismo aristotelico:
Allenare è scegliere. Scegliere è escludere. Escludere è sbagliare = Allenare è sbagliare.
Questo monito serviva a ricordarmi, ogni giorno della mia carriera, che un allenatore è, prima di tutto, quello che sbaglierà più di tutti.
La ragione di questo è molto semplice.
Foto di Nathan Cowley
Il basket è lo sport in cui per eccellenza un allenatore opera delle scelte continuativamente:
mentre qui possiamo, sì e no, limitarci a dare dei piccoli input, soggettivi e limitati alla sola esperienza di chi scrive.
Le gerarchie
La dinamica insita nelle scelte di chi far giocare prima, chi dopo, e chi solo se scende la Madonna, la definizione di chi giocherà i minuti decisivi, sono decisioni connesse ad un altro sacramento non scritto che vige nello sport in generale e in particolare nel basket:
la presenza di gerarchie indispensabili.
Ogni squadra ha la sua intrinseca chimica dei fattori interni, nella quale si può intravedere chiaramente un mix tra giocatori di esperienza, giocatori di media affidabilità, la presenza di una o più star, e giovani.
Questo mix definisce le dinamiche di una squadra e la àncora ad un principio gerarchico che è necessario conoscere, definire e condividere.
Qui pure si aprirebbe un capitolo che si trova a metà strada tra la chimica e le dinamiche di gruppo.
La chiarezza
È altamente raccomandabile che l’allenatore chiarisca preliminarmente alla squadra il criterio gerarchico da lui individuato per risolvere immediatamente la prima e più importante minaccia a cui il gruppo è sottoposto:
non creare false aspettative e quindi ingenerare un processo di delusioni/demotivazioni.
Ciascun giocatore deve sapere esattamente il suo peso all’interno della squadra: “l’accettazione di quel ruolo (non in senso tecnico ma come rilevanza) definirà il grado di compattezza di tutto l’assieme”.
Foto di Gustavo Linhares
Se sono un giocatore importante devo sapere che la squadra, l’allenatore e i compagni, si aspettano da me:
che giochi un certo minutaggio
che mi assuma determinate responsabilità
che porti sulle mie spalle un certo peso sul buon andamento della partita
e che sia pronto a farmi pienamente carico di tutto questo.
Se sono un giocatore giovane, arrivato per fare esperienza, devo sapere:
di non aspettarmi grandi minutaggi
che dovrò faticare per conquistare la fiducia di tutti
che devo aiutare gli altri ad allenarsi bene
tutto quello che verrà di più sarà guadagnato.
Il motivo della gerarchia
Dentro queste gerarchie si suddividono proporzionalmente anche le percentuali di merito/demerito che vanno redistribuite di pari passo con i successi o gli insuccessi della squadra.
La pallacanestro da questo punto di vista raramente ha commesso errori nell’attribuzione esatta delle responsabilità, nel fermo convincimento che è poi tutta la squadra a far fronte comune davanti ai successi o agli insuccessi.
La definizione delle gerarchie aiuta l’allenatore anche a compiere le scelte migliori nei famosi frangenti decisivi delle partite.
Se devo scegliere a chi affidare la conclusione che mi farà andare in paradiso o all’inferno, credo sia difficile che quella conclusione possa metterla nelle mani di un giovane con poca esperienza:
verosimilmente mi affiderò alle mani di chi quelle situazioni le ha già vissute molte volte.
Questo è quello che capita nella stragrande maggioranza delle squadre.
L’eccezione che conferma la regola
Poi un giorno, un allenatore di Caserta che allena la squadra della sua città, arriva a giocarsi una finale scudetto in trasferta a Milano, e sul time out della quinta e decisiva partita, a meno di due minuti dal termine della gara che avrebbe assegnato l’unico scudetto della storia ad una squadra del Sud, si avvicina non al giocatore esperto, ma ad un ragazzo poco più che ventenne e gli chiede:
L’argomento è dibattuto da tempo senza che vengano individuate con una certa precisione modalità ed effetti.
Spesso si tira in ballo la scuola come organo maestro nell’inculcare i principi dell’educazione, ma…
…non sempre l’istituzione scolastica dà del tu allo sport in quel rapporto virtuoso tra educatori sportivi ed alunni.
Il recupero della cultura sportiva
E allora il problema di recuperare una adeguata “cultura sportiva” lo si tira in ballo ogni volta che assistiamo ai fischi dell’inno nazionale della squadra avversaria o a imprecazioni razziste nei confronti del giocatore che ha una pelle differente da quella a cui si è abituati a vedere a queste latitudini.
Se invece sei un praticante o un addetto ai lavori, come si usa dire, cultura dello sport vuol dire anche la capacità di individuare i tuoi limiti per sapere come e dove intervenire.
Se fai parte di questo mondo sai benissimo che non c’è nulla che si possa anteporre al riconoscimento del merito – ovvero di quella nozione che nel resto della società italiana viene completamente ignorata.
Insomma, lo sport è – o dovrebbe essere – “un’altra cosa”.
È sempre stato così.
Ci dovrebbero essere variabili talmente obiettive da impedire scorciatoie o facilitazioni per chi non ha le caratteristiche per andare avanti, come, in genere accade in altri contesti a cominciare dalla politica, ma non solo.
Le domande
Ma chi dovrebbero essere quelli maggiormente in grado di piantare semi nel terreno?
Di predicare una forma corretta di approccio alla materia sportiva?
Di fare, di un popolo di commissari tecnici, della gente capace di riconoscere cosa sia lo sport ed i suoi valori?
Chi sono queste figure?
Probabilmente coloro i quali hanno un approccio diretto nel mondo sportivo, coloro che hanno delle responsabilità tecniche o dirigenziali ed anche e soprattutto quanti hanno a che fare con la materia della divulgazione.
Il ritratto
Se mescoliamo assieme questi elementi, ne viene fuori un identikit molto chiaro.
L’identikit corrisponde perfettamente alla figura dell’allenatore, a maggior ragione quando questa figura ha sovente attenzioni mediatiche continue:
Quel ruolo non si limita a selezionare i migliori giocatori, a coordinare sedute di allenamento e stabilire principi tecnico tattici per raggiungere i migliori risultati.
Quel ruolo ha una enorme responsabilità anche nei confronti della divulgazione di una certa cultura sportiva.
D’altronde il calcio è lo sport di gran lunga più visto e letto sui mass media e quel ruolo deve essere ben consapevole del fatto che le sue dichiarazioni rivestono un ruolo di enorme rilievo anche nei confronti dei praticanti e nelle tifoserie di altre discipline.
L’affermazione
A tal proposito ho ascoltato le dichiarazioni del Commissario Tecnico italiano dopo la scialba prestazione dell’Italia in Irlanda che non ha consentito alla nazionale di ottenere il passaporto per i prossimi campionati mondiali.
Il C.T. esprime fiducia sulle residue possibilità della nazionale e poi afferma un altro concetto che estrapolo letteralmente:
“Andremo ai Mondiali a marzo e magari lo vinceremo”.
Non lo può sapere, ma soprattutto non lo può dire.
Un C. T. non può rilasciare una dichiarazione simile.
Perché?
Non ci si aspetta da un uomo di sport che parli come un qualunque politicante che sta per affrontare delle elezioni e che deve mostrare sicurezza e spavalderia perché quegli atteggiamenti possono far presa sull’elettorato.
Un uomo di sport predica la cultura dell’impegno e del sacrificio.
Nessuno meglio di lui sa che solo attraverso quel banco di prova si possono ottenere risultati, non vende la pelle dell’orso prima di averla comprata, e poi quell’orso, a vedere bene, pare ancora vivo e vegeto per essere comprato.
Senza contare il fatto che quella dichiarazione ha un effetto devastante anche nei confronti dei suoi stessi giocatori, i quali psicologicamente sono assolti dalle loro responsabilità.
Un C.T. che non riconosca i limiti della sua squadra, che:
che afferma di aver tenuto il pallino del gioco per tutta la partita
dimenticando che non ha quasi mai impensierito la porta avversaria
le occasioni migliori sono capitate proprio agli avversari
pure se non hanno tenuto in mano il pallino del gioco,
non ha la necessaria lucidità per inquadrare bene che momento sta vivendo la squadra e tutto l’ambiente circostante.
Conclusione
Senza questa obiettività, senza un bagno di umiltà, si è persa una importante occasione di far capire, in un colpo solo, a pubblico e addetti ai lavori, che bisogna ripartire da altre basi, con atteggiamenti differenti e senza mostrare alcuna gratuita arroganza.
E’ il momento di entrare nell’ambito delle dinamiche collaborative all’interno dello staff nei vari periodi dell’anno.
Fare la squadra
Su ogni obiettivo di “mercato” cerco di incrociare informazioni, valutazioni (frutto di esperienze sul campo o di scouting video approfondito) ed idee con i miei assistenti per quanto riguarda la parte tecnica e col mio preparatore per gli aspetti fisico-atletici.
Studiare il gioco della squadra ed impostare il precampionato
Centrati gli obiettivi si passa ad una fase estremamente approfondita di conoscenza delle caratteristiche tecniche dei giocatori che formeranno la squadra.
Laddove possibile, per ogni giocatore, cerco col mio staff di scoutizzare più di un’annata e di individuare tutte quelle soluzioni che, inserite in un contesto collettivo, possano esaltarne le prestazioni individuali.
scouting
Sempre attraverso la collaborazione di tutti si fanno le scelte relative agli attacchi da utilizzare, ai concetti difensivi e, più in generale, alle regole che dovranno diventare patrimonio della squadra.
Quello che nasce in questa fase va comunque testato sul campo e non bisogna esitare a tornare sui propri passi nel caso ci si accorga che qualcosa è migliorabile o addirittura sbagliata.
Nulla è più coerente che cambiare le proprie idee sulla scorta di esperienze che smentiscano le certezze teoriche.
Contestualmente si lavora per organizzare il precampionato.
decidiamo quanti giorni prima delle gare ufficiali iniziare,
stabiliamo l’alternanza di lavoro tacnico-fisico,
i lavori congiunti e i giorni di riposo,
determiniamo i carichi di lavoro legandoli agli obiettivi tecnici stabiliti col club,
con gli assistenti programmo le date delle gare amichevoli,
stabiliamo gli obiettivi tecnico tattici dell’intero periodo e quelli settimanali
inserendoli in una logica di compatibilità col lavoro fisico.
A proposito dei carichi di lavoro vorrei focalizzare un aspetto che differenzia di tanto la realtà del basket attuale da quella di ieri.
E’ innegabile che aumentare i carichi in certi periodi del precampionato possa inficiare il rendimento tecnico in alcune partite amichevoli ed a volte si rischia davvero di avere la squadra talmente “imballata” da subire sonore lezioni.
Questo ieri rappresentava un fattore di minimo rischio mentre oggi, nell’era del tutto e subito, può aprire profonde lacerazioni nel rapporto tra allenatore e club.
Io credo che il coach debba avere ben chiaro quello che è l’obiettivo finale senza farsi condizionare troppo ma è innegabile che il problema spesso esiste per cui sono convinto che vada fatto un ragionamento con se stessi per stabilire se e fino a che punto si sia in grado di gestire situazioni simili.
Precampionato
La prima settimana di lavoro è solitamente conforme a quella prestabilita ma è frequente l’esigenza di dover attualizzare le settimane successive in base ad una serie di criteri come:
l’esigenza di accelerare/decelerare a seconda delle risposte date dal campo,
la necessità di individualizzare i lavori di alcuni giocatori troppo indietro e troppo avanti.
da aiaroma.it
Tutto ciò deve essere frutto di analisi settimanali che lo staff deve assolutamente affrontare nella sua interezza.
Campionato
Inizia la fase più tattica.
Lo scouting degli avversari e la preparazione delle partite rappresentano una parte fondamentale e spesso decisiva del lavoro di staff.
Credo che il basket sia molto cambiato rispetto a un decennio fa o più.
Prima era frequente incontrare squadre capaci di fare scelte difensive diverse sulle stesse situazioni a seconda del giocatore, del lato di campo e di altri parametri di volta in volta analizzati.
Oggi questo è impossibile per l’eterogeneità anagrafica dei giocatori che compongono la squadra e per il processo di crescita tecnico-tattica degli stessi.
Credo sia molto più efficace avere poche regole, precise e facilmente metabolizzabili.
Di partita in partita si faranno piccoli adattamenti senza mai uscire dalle regole.
Sulla base di questo concetto va impostato il lavoro di scouting e di valutazione delle scelte con gli assistenti ed il preparatore
In queste due fasi, PRECAMPIONATO e CAMPIONATO, il lavoro di staff si sviluppa in tre momenti differenti:
FUORI DAL CAMPO
IN CAMPO
IN PARTITA
Fuori dal campo
Scouting prossimi avversari
L’assistente addetto deve visionare almeno due gare dei prossimi avversari e produrre un report video che mi piace avere a disposizione subito dopo la partita precedente.
(Durante la settimana va scremato e mostrato alla squadra nella forma più breve e impattante possibile).
Deve contenere tutti gli attacchi usati in transizione e metà campo (da questi si estrapoleranno i 4/5 più usati su cui si lavorerà durante la settimana), le scelte difensive della squadra analizzata e le caratteristiche dei giocatori.
Scouting propria partita
A volte, se le circostanze lo richiedono, è opportuno produrre un video su se stessi.
Personalmente reputo che questo non vada fatto sistematicamente ma solo se c’è da enfatizzare qualche aspetto estremamente importante sia in negativo per correggere che in positivo per rafforzare la fiducia in qualcuno o qualcosa.
Programmazione
Con lo staff vanno valutate e decise le scelte tecnico-tattiche e programmata la settimana di lavoro.
Di giorno in giorno vanno preparati i piani di allenamento.
Infine, sulla base delle scelte tattiche e delle relative verifiche sul campo, si appronta il piano di partita definitivo.
IN CAMPO
Allenamenti
Gli assistenti devono conoscere a fondo il piano di allenamento e condurne parte a seconda delle capacità di ognuno.
Entrambi gli assistenti sulle 2 metà campo ed il primo assistente sul lavoro a tutto campo.
Il preparatore fisico avrà il proprio spazio in fase di attivazione e in eventuali lavori differenziati.
E’ ovvio che la profondità degli interventi degli assistenti dipenderà dalle capacità ed esperienza degli stessi.
Questo sia negli allenamenti di squadra che negli individuali e in quelli a gruppi per ruolo.
Se si hanno assistenti all’altezza si può anche assegnar loro la preparazione e lo sviluppo di una singola tematica tattica durante il corso dell’intero anno.
Lo conduce il preparatore o solo un assistente, sempre lo stesso.
Partita
Chiedo agli assistenti di parlarmi costantemente comunicando osservazioni e idee.
La stessa cosa dovrà fare il preparatore relativamente alla sfera fisica e alla fatica che “vede sulla faccia dei giocatori”.
Si può anche assegnare ad ogni assistente il compito di guardare l’attacco o la difesa e, contestualmente, la redditività dei nostri attacchi e quella degli avversari.
i primi 20” per parlare con gli assistenti ed i restanti 40” per comunicare con la squadra nei time out;
40” circa con gli assistenti e il resto con la squadra durante gli intervalli tra quarti;
alla fine dei primi 20’ di gara ci si può dilungare un po’ di più ma non tanto da bloccare troppo la squadra in spogliatoio.
Ribadisco di essere assolutamente conscio che non in molte realtà è davvero possibile creare uno staff totalmente in grado di rendere pratiche le idee che ho esposto.
Io stesso, pur avendo avuto la fortuna di collaborare spesso con assistenti e preparatori di buon livello, non ho sempre avuto la possibilità di lavorare con uno staff completo.
Tanti anni da capo allenatore di squadre senior hanno fortificato in me la convinzione che avere uno staff tecnico di alto livello sia la base imprescindibile per impostare una o più stagioni proficue per il mio lavoro,…
…per il lavoro dei miei collaboratori, per il miglioramento tecnico-fisico dei giocatori che ho a disposizione e per l’ottenimento dei risultati che ogni club legittimamente si aspetta.
Introduzione
Cosa siamo noi allenatori se non manager a cui viene richiesta la capacità di saper utilizzare al meglio le risorse umane che gli vengono messe a disposizione ?
Usare le capacità tecniche dei giocatori, per dare un gioco alla squadra, che non sia solo imposto ma che prenda spunto da ciò che i tuoi giocatori sanno fare meglio, è l’unico modo, a mio modo di vedere, per riuscire ad ottenere un risultato tecnico il più vicino possibile al reale potenziale della squadra.
Allo stesso tempo, saper utilizzare i componenti dello staff, secondo le proprie attitudini e fornendo loro le giuste motivazioni che nascono dal reale coinvolgimento nelle scelte e nel lavoro quotidiano, è la via migliore per far si che chi collabora col coach diventi un reale valore aggiunto.
Per ultimare il discorso generale prima di entrare nel merito, vale la pena specificare che le condizioni di professionalità e di organizzazione delle società per cui si lavora sono talmente diversificate.
E’ impossibile per me dare dei concetti comuni a tutti per cui mi limiterò ad indicare i criteri che ho seguito nelle mie esperienze lavorative.
Formare uno staff
Ho sempre cercato di avere al mio fianco persone conosciute direttamente o attraverso le informazioni di colleghi.
Non sempre è possibile portare con sè uno o più componenti dello staff.
E’ quasi sempre possibile, però, conoscere a fondo i collaboratori che una società ti propone attraverso le loro esperienze pregresse.
Vanno, comunque, valutate anche sulla base delle proprie idee sulle persone che forniscono le informazioni.
Costruire una buona rete informativa è un aspetto fondamentale del lavoro di un allenatore perché può fornire i mezzi per poter scegliere un giocatore o un collaboratore riducendo al minimo la possibilità di errore.
I ruoli fondamentali per formare uno staff che sia in grado di coprire la totalità degli aspetti necessari sono tre, anche se qualcuno ha la fortuna di poterlo arricchire di ulteriori figure funzionali alla logistica dell’allenamento (appoggi, videoripresa, scouting ecc.).
La caratteristica comune che cerco nei due assistenti è essenzialmente riferita ad una buon livello di conoscenza tecnico-tattica mentre per tutte le altre qualità mi baso su criteri di complementarietà.
Almeno uno dei due deve:
essere un professionista per ragioni di tempo utilizzabile
avere buone conoscenze informatiche e capacità di match analysis
per lavorare sui video propri o degli avversari
avere inclinazione verso il lavoro individuale di miglioramento dei giocatori
essere un ex giocatore di buon livello
perché molti di loro sono in grado di percepire umori e situazioni di possibile rischio nei rapporti tra giocatore e giocatore e tra giocatore e staff.
Inoltre sanno guardare le cose dalla prospettiva dell’atleta oltre che da quella dell’allenatore.
Attenzione però, non mi riferisco a tutti gli ex giocatori ma a quelli ormai formati e temprati dal campo in qualità di tecnici.
La scelta del preparatore fisico
Nella ricerca del preparatore tendo a guardare, con molto interesse,:
chi è in possesso di una conoscenza approfondita della pallacanestro e delle sue specificità tecnicofisiche
chi ha una buona dose di esperienza settoriale
colui che ha la capacità di saper mediare tra le proprie esigenze di carichi e tempi di lavoro e quelle dell’allenatore.
Questo ultimo aspetto è secondo me essenziale.
Tanti anni di carriera mi hanno insegnato che qualsiasi allenatore/preparatore che si rispetti è portato ad “accaparrarsi” più ore di allenamento possibili a scapito dell’altro aspetto del lavoro.
Saper mediare con razionalità evita squilibri dannosi e ottimizza la qualità del lavoro.
Tutto quello che ho scritto in relazione alle competenze ed alle qualità che cerco nei miei collaboratori è importantissimo:
ma niente raggiunge l’importanza che ha la statura umana delle persone di cui cerco di circondarmi.
Nota della redazione
Nella seconda parte dell’articolo, che pubblicheremo la settimana prossima (giovedi 12 giugno 2025), si entrerà nell’ambito delle dinamiche collaborative all’interno dello staff nei vari periodi dell’anno.
la differenza tra ciò che è bene e ciò che è male …… anche nello sport!
Come gestire il gap generazionale coi nostri giovani ed aiutarli a crescere al meglio?
Spesso i giovani d’oggi smarriscono la differenza tra ciò che è bene e ciò che è male a causa della moltitudine di stimoli esterni.
A 14-15-16 anni arrivano già i primi segnali di indifferenza emotiva, per cui sembra che un ragazzo non riesca più a provare emozioni di fronte a gesti o a fatti che avvengono.
A quest’età, a molti interessa solo ciò che procura: …
…una gioia istantanea
l’adesso e non il futuro
l’essere bugiardi per ottenere qualcosa
i sentimenti positivi sembrano essere scomparsi e commettere azioni sbagliate appare per loro come una cosa normale e giusta.
Nell’adolescenza, età molto difficile, avviene un’importante crescita emotiva e gli “input” esterni sono più affascinanti dei moniti e degli insegnamenti degli adulti.
I giovani d’oggi si sentono i padroni del mondo e cominciano a chiudersi in sé stessi.
A scuola spesso si comportano male con gl’insegnanti;
Il loro mondo è troppo spesso occupato da “cose materiali”:
il telefonino
gli amici
il fare il contrario del normale
perché è giusto così, il loro “mondo virtuale”
che di certo non sono dimostrazione dell’amore genitoriale, dell’affetto e della stima degl’insegnanti e degli allenatori, che dovrebbe essere la base di ogni processo educativo e che possono sembrare la soluzione al problema.
Come dimenticare il cambiamento nel modo di vestire!
Si dà sempre più importanza all’aspetto esteriore e alle marche all’ultimo grido, mentre prima si badava soprattutto alla personalità dell’individuo.
Agli allenamenti spesso ci si presenta con:
le scarpe slacciate la bandana
la fascetta
i “fantasmini”
una volta si arrivava sempre in orario, ben vestiti e con i calzettoni lunghi fino quasi al ginocchio.
Foto di cottonbro
Oltre alle relazioni profondamente rivisitate, anche i luoghi hanno avuto un cambiamento radicale:
ad esempio prima i parchi e gli oratori erano i luoghi di ritrovo per i giovani
Un altro fattore fondamentale, non concesso ai giovani nel passato, è l’eccessiva libertà offerta da quei genitori, che non curanti dei rischi a cui i propri figli vanno incontro, rischiano di finire in vere e proprie tragedie.
Infine, negli ultimi anni si è diffusa a dismisura la moda dei “selfie”.
due ragazze sorridenti
Foto di Emre Kuzu
Bisogna,tuttavia, sottolineare che questo fenomeno non riguarda tutto il mondo adolescenziale:
troviamo infatti molti ragazzi ben educati che non sono interessati, e preferiscono seguire le orme dei propri genitori.
Il loro mondo virtuale
Il “loro mondo virtuale” si trasforma in reale ……… e gli scherzi, le scampagnate con gli amici, le “suonate di campanelli e poi via di corsa, i “cori” e gli sfottò, che hanno reso le adolescenze passate indimenticabili, sembrano ormai aver perso il confronto!
I giovani d’oggi (non tutti, meno male!) si chiudono in un mondo tutto loro, governando il loro stato mentale e cancellando le relazioni con il mondo esterno.
In passato le amicizie venivano instaurate e consolidate con il puro contatto e dialogo, ora il contatto avviene attraverso uno schermo e influenza notevolmente i rapporti tra coetanei, provocando spesso amicizie virtuali, che si rivelano rischiose.
Pur non dimenticando che il “gap generazionale” è sempre esistito, che l’adolescenza di tutti noi è sempre stato un problema per gli adulti di ogni tempo, pare che oggi si sia dilatato a dismisura.
Con il passare del tempo è diminuita la corretta comunicazione che i giovani dovrebbe avere con i genitori, con gl’insegnanti e con gli allenatori, molti giovani non si prendono più le loro responsabilità e non sanno valutare la differenza tra il dare e l’avere,
per loro conta solo l’avere!
Conclusioni
Penso che un buon contributo al miglioramento della situazione potrebbe fornirlo la Scuola e……..tra tutte le materie che si studiano a scuola non ci sono quelle che dovrebbe essere ritenute importanti e fondamentali:
Uniti per la crescita dei nostri ragazzi Foto di fauxels
Sono convinto che in un futuro non lontano, si possa riuscire a capire l’importanza di ciò, perché i giovani d’oggi non sono e non possono essere delle “macchine”, ma hanno forti stimoli che bisogna imparare ad alimentare in modo positivo.
Datevi da fare genitori, insegnanti, istruttori ed allenatori: è un compito vostro aiutarli nella crescita!
Gli studenti hanno il diritto di avere gli Insegnanti migliori!
Non si può avere il meglio se non si preparano gl’insegnanti al meglio.
Anche nello sport i bambini e i giovani hanno diritto di avere Istruttori e Allenatori migliori.
La tessera non qualifica!
Insegnare è…
…un’arte e come ogni forma d’arte è sinonimo di:
passione
creatività
dedizione
condivisione
Un Insegnante, un Istruttore, un Allenatore, esattamente come un artista, mette se stesso, il suo sapere e il suo ingegno a disposizione degli altri (studenti, bambini, giovani), affinché la società esca migliorata dal percorso fatto insieme.
Tutti possono insegnare?
Se un laureato al concorso per entrare di ruolo come Insegnante ha risposto bene ad una prova con domande a crocette, se ha superato la prova scritta ed è stato “un fine dicitore” alla prova orale, può fare l’Insegnante?
Non credo!
Eppure in moltissimi casi è così!
Se un partecipante a un corso di formazione di una Federazione Sportiva è simpatico al Capo Istruttore, se fa quello che vuole lui, se giura che adotterà il metodo di insegnamento che vuole lui (ma poi farà in molti casi il contrario!) può insegnare ai bambini o ai giovani?
Foto di Mikhail Nilov
Non credo!
Eppure in molti casi è così!
Perché nel mondo della scuola non esiste un Corso di laurea o una specializzazione per diventare Insegnanti?
All’interno di questo corso ci dovrebbero essere molte ore di pratica su come si gestisce un aula, come si gestiscono a livello psicologico gli studenti, come si struttura una lezione efficace, come si utilizzano tutti gli strumenti tecnologici a disposizione, come si comunica, come si entra in empatia con gli studenti.
Perchè nel mondo dello sport non esiste un Corso di tirocinio “vero” anche nei Corsi di Formazione delle Federazioni Sportive che qualifica chi andrà a insegnare?
Si imparerebbe a comunicare con i giovani e i bambini, si imparerebbe veramente a “gestire” il gruppo, si imparerebbe a correggere l’errore, … e chi non è in grado (anche se ha la tessera) non deve più insegnare.
Non tutti possono fare gli Insegnanti!
Se uno studente si è laureato con 110 e lode ho solo dimostrato di essere un bravo studente, non significa assolutamente che ha le carte per fare l’Insegnante!!
Per non parlare del sostegno, con un corso di 400 ore “tutti” sono in grado di gestire delle persone “speciali”.
Foto di cottonbro
Incredibile!
Se gli studenti sono valutati a fine anno, lo devono essere anche gli Insegnanti e se un Insegnante non è stato giudicato all’altezza per insegnare, non può essere riconfermato.
Non basta un corso di formazione di 20 ore (anche se biennale) per avere la “licenza d’insegnare”.
Rinnovare la tessera ogni anno per continuare a insegnare non è abbastanza!
Ci vuole ben altro!
Chi non è capace non deve più insegnare!
La scuola italiana
Purtroppo la scuola italiana e l’Università è basata solo sui voti e gli studenti la vivono solo come obbligo, non si ricordano quasi niente di quello che studiano perché l’obiettivo è prendere un voto!
Seguire un corso di formazione per avere la tessera non basta, dobbiamo avere Istruttori e Allenatori preparati, competenti!
VOLTIAMO PAGINA!
Studenti migliori con Insegnanti migliori!
Bambini e giovani migliori con Istruttori e Allenatori competenti!
“Le crisi di insegnamento non sono crisi di insegnamento; sono crisi di vita. Una società che non insegna è una società che non si ama, che non si stima; e questo è precisamente il caso della società moderna”. (Charles Peguy)
La collaborazione è la base di qualsiasi gruppo, partendo da valori riconosciuti da tutti i componenti
Come si può definire una “vera” squadra?
La squadra è un gruppo di persone preposte allo stesso compito e coordinate per una funzione comune.
Per essere una “vera” squadra non basta…
…vivere tutti sotto lo stesso tetto, nello stesso spogliatoio o in campo durante una partita, tutti i componenti della squadra, sia essa la famiglia o un “team” devono essere allineati, in equilibrio, uniti e con la mente rivolta a costruire un “vero” Team Building.
Foto di Ron Lach
Quando si può definire una famiglia come una “vera” squadra?
Il successo di una “vera” squadra-famiglia è dettato dalla sinergia e dal funzionamento di tutti i componenti: non può gravare tutto su una persona, ci sarebbe uno squilibrio, a lungo andare si perderebbe di efficacia e si creerebbero dei malcontenti.
Divisione dei compiti
Dividersi i compiti in una squadra e in famiglia significa:
riuscire a fare più cose assieme con dei compiti ben delineati;
stancarsi di meno;
essere più sereni;
riuscire a godersi anche del tempo per fare altre cose insieme.
Il fare una cosa, l’ubbidire, il rispettare le regole in casa può diventare più leggero se si cambia il punto di vista.
Nel momento in cui dobbiamo fare qualcosa che non possiamo delegare a nessun altro, possiamo cercare delle modalità più leggere o comunque evitare di partire già “con il piede sbagliato” ed essere insofferenti quando si esegue un dovere.
Il dover ritornare in difesa per un attaccante in una squadra, può essere meno faticoso se contribuisce alle idee dell’allenatore che predilige il gioco a tutto campo.
In una famiglia e in una squadra non ci può essere competizione interna o lo scarica barile:
“Io faccio”, “Tu non fai”, “ Se io faccio …. tu devi fare…”
tutti devono collaborare ed essere a disposizione per il bene comune!
Foto di Andrea Piacquadio
Assolutamente in famiglia e in squadra non ci devono essere rancori e insofferenze nei confronti dei componenti o voglia di rivincita sugli altri.
Fare squadra! Una squadra serve per mettere dei buoni pilastri educativi.
La complicità e la collaborazione
In una famiglia è molto importante la complicità, soprattutto tra i due “capisquadra” il padre e la madre.
Per i figli non c’è niente di più bello che vedere il papà e la mamma che sono:
complici
alleati
collaborativi
e non due realtà individuali che vivono due vite parallele o secondo gli stereotipi classici del maschio che ha delle mansioni e la femmina delle altre.
In una “vera” squadra di calcio, di basket o di volley ci deve essere complicità e collaborazione tra il capitano e gli altri compagni e questa complicità (che non deve essere a danno dell’allenatore) i giocatori la devono creare durante l’allenamento, nello spogliatoio e nel tempo libero.
La casa, lo spogliatoio
In famiglia e in squadra è molto importante il concetto di “insieme” e di fare “con”.
È molto importante che i figli siano educati fin dalla prima infanzia alla collaborazione e non al fatto che devono essere serviti e riveriti.
Non si può preferire un figlio o una figlia rispetto all’altra o all’altro, i figli sono “tutti uguali” e se si pretende che i propri figli comprendano il rispetto, il valore di ciò che si fa per loro e i ruoli, deve passare il messaggio che i genitori sono disponibili, non a disposizione.
lo spogliatoio è sacro, nulla deve uscire dalla spogliatoio, nulla deve uscire dalla casa.
Se i figli non lo capiscono da piccoli, non lo capiranno neanche durante il periodo adolescenziale e cercare di inquadrarli quando sono grandi, diventa un’impresa veramente faticosa che rischia di trasformarsi in una lotta quasi quotidiana.
In uno spogliatoio ci si può dire di tutto ma non deve trapelare all’esterno.
Conclusioni Per evitare di finire a fare un continuo braccio di ferro ed essere sempre in rincorsa, è importante mettere delle buone basi sia in famiglia che in una squadra.
La famiglia e la squadra devono avere dei valori riconosciuti da tutti i componenti e permettono di differenziare ciò che è giusto da ciò che non lo è.
E’ opportuno a questo punto creare un “Team building” oliato alla perfezione e che produca risultati: